La cosiddetta anima portatile è in realtà un dispositivo per collegamento remoto che mette in comunicazione il qui-e-ora con un ignoto altrove dove l’amore risiede, e questo altrove è detto rapimento, non nel senso di esaltazione ma di mancanza e appropriazione da parte di altri di un bene proprio. L’anima portatile, grazie alla struttura interna raffinata e potente, permette un collegamento audiovisivo appunto con quest’anima che si è detto. La diciamo “anima” ma in realtà, a voler guardare bene le cose, è più una sorella assente che una psiche. Anche se le due definizioni prese singolarmente sono fuorvianti al massimo, e prese in coppia si annullano a vicenda, quell’entità con cui grazie al fantastico dispositivo siamo in comunicazione è proprio l’altro che vogliamo rendere partecipe di ogni nostro momento.
È una piccola scatola, presumibilmente cava, grande quanto una tessera di domino, provvista all’interno di numerosi e ignoti circuiti elettronici, e all’esterno di un visore e di apparecchi atti alla trasmissione fra il qui-e-ora e l’altrove di discorsi e immagini, miniaturizzati al punto da alloggiare in qualche sezione del telaio. Non conosciamo bene tutte le caratteristiche tecniche. Per guardare lo schermo, lo guardiamo; per trasmettere immagini e suoni, puntiamo l’oggetto verso il punto prescelto, cercando di mantenerlo fermo per evitare riprese mosse. Ma anche qui sono soltanto nostre supposizioni che nell’ignoranza del mezzo facciamo, senza tener conto delle reali condizioni e possibilità dell’oggetto.
Noi, da qui, abbiamo sul piccolo schermo soltanto il primo piano del volto dell’anima-sorella, non potendo nemmeno immaginare i luoghi ove essa viva. Ci basta che il suo simpatico volto riempia il piccolo visore, e che i suoi occhi sempre ci guardino, e guardino ciò che noi non vediamo. Del resto, facciamo di tutto per dirle tutto, per comunicarle ogni nostro gesto, anche il più sciocco e insensato, e non farla sentire estranea ai nostri modi e luoghi. Lei, da quella piccola cornice, ci sorride instancabile, e noi, stimolati da quello sguardo, portiamo in giro quel dispositivo per far sì che tutto le sia ritrasmesso: di ogni cosa ella deve sapere, di tutto deve vedere. Lei guarda e non giudica ma sorride, e noi di quel sorriso viviamo beati, convinti di fare la cosa giusta.
Ce la portammo con noi anche quel giorno che si andò dal Direttore della Radio e Televisione, a vedere appunto la radio e la tv: tutto, passava su quello schermo privilegiato, anche le pubblicità che a furia di ascoltare sapevamo a memoria. Ci stupivamo di ogni singolo dettaglio reso così evidente, e lo dicemmo anche all’anima-sorella, avendo cura di riprendere tutto. -Non pensavamo che questi suoni avessero un volto! -, gli dicemmo. Ma il Direttore fece un gesto come per dire che era irrilevante, e che non gli importava un granché delle nostre osservazioni. Il Direttore si spazientiva facilmente, e con il nostro modo di fare lo esasperammo ulteriormente: ci reputò forse dei contadini ignari, tanto che ad ogni nostra osservazione, anche piccola, diventava sempre più scortese. Eppure, era lui che ci aveva invitati: fu forse una mossa opportunamente politica, visto che uno della nostra famiglia, il padre giovane, era passato recentemente di grado? Non lo sapemmo mai con certezza. Di fatto, dopo un po’ di quel trattamento, dove anche i numerosi bicchieri di vodka ci vennero fatti pesare, decidemmo di tornarcene a casa, nonostante il padre giovane insistesse per restare, adducendo quella scortesia a occasionale stanchezza, pensando che la sua presenza in quel luogo fosse non solo opportuna ma addirittura indispensabile.
Uscendo da lì, raccogliendoci tutti noi attorno a nostra madre, che ci aveva aspettato in strada, fummo felici di mostrare all’anima-sorella i nostri modi e comportamenti in quell’occasione quotidiana e domestica. Lei, a giudicare da quel sorriso, sempre lo stesso, estremamente gentile e assente, ne fu estasiata al punto che ci sentimmo tutti quanti liberati dalla pena e investiti da una grazia soprannaturale, una di quelle grazie che salvano l’anima definitivamente.
Ci stringemmo attorno a quella telecamera cercando di inquadrarci tutti, per farle vedere tutto affinché nulla, dei nostri gesti in quell’istante, andasse per lei perduto. Lei ci sorrise. Com’eravamo ingenui!
mercoledì 24 febbraio 2021
Iconostasi
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