Ci si domanda che cosa questa ragazza, con il persistere di quegli atteggiamenti, voglia: è stata, così si dice, e lo si deduce da certi indizi che lei stessa dissemina attorno in ogni suo muoversi, una eroe di guerra, un’eroina che si è distinta in certe azioni nella guerra infinita di quelle parti di mondo. In quale modo, non si sa: gli indizi lasciati parlano di una canzone alla memoria d’un soldato, un inno o una marcia invero, di cui però non si è udito nota né visto spartiti, ma soltanto un foglio, un testo desunto da un’ignota rivista, forse militarista o guerrafondaia; una marcia in onore di un soldato caduto scritta in una lingua incomprensibile, in cui l’unica cosa distinguibile è un nome, che dev’essere (dato l’assunto) il nome del caduto. Ma come proceda questo inno, non si sa: potrebbe anche essere una boiata qualunque, potrebbe anche addirittura non esistere affatto.
Lei, se le si vuol chiedere qualcosa su quest’affare, non risponde. Ogni giorno cerchiamo di aprire la ferita per cospargerla di antisettico: la trovi sdraiata sul divano (che è dove si dorme e si muore). Pare che sia provvista di un dolore incommensurabile: forse è per questo che persiste in quel mutismo che tutti quanti ci irrita. Che fare? Lasciarla nel suo astioso torpore: sempre l’occhio duro di colei che si sente inutile in mezzo ai nani. Per darle soddisfazione, ci chiniamo su quel foglio (è l’unico indizio, a dirla tutta) cercando di capire, inutilmente. Lei alle molte domande non risponde, non l’ha mai fatto, anzi si gira dall’altra parte tirandosi il bavero della giacca militare sugli occhi.
mercoledì 3 febbraio 2021
La ferita
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