mercoledì 10 febbraio 2021

Due stati

Non ero ancora sicuro di dove avrei girato per recuperare quel paesaggio e quei giorni, se a Roma o a Pisa, Roma e Pisa essendo soltanto due vaghe direzioni entro le quali avrei intrapreso il mio cammino di ricerca, Roma significando i laghi e i boschi del Ramo d’Oro, rive ricche di sfumature e coste di pini sacri, a strapiombo sulle acque nebbiose, Pisa essendo le spiagge dorate e ventose, deserte a parte alcuni radi cammelli, limpide e mosse, entrambe come i piedi e gli accenti di una poesia, distinte quel tanto che basta per renderle diverse – di sicuro, c’era solo che avrei fatto quel film.
La direzione implicava numerosi viaggi in auto, non sempre nelle migliori condizioni e spesso in compagnia di persone inadatte e indesiderate; questo avrebbe ritardato e in certi casi annullato le visioni possibili che avrei avuto una volta sul luogo, annacquandole in discorsi spenti e eventi contrari. Però, quel viaggio, se volevo entrare bene nello spirito della terra e del film, era da fare, e al più presto, e con mezzi diversi.
Comprai biglietti di treno per diverse destinazioni, anche contraddittorie, pagandoli con banconote di piccolo taglio, piccole come certi antidepressivi che per avere effetto debbono essere ingeriti in gran quantità. Con quelli in tasca, viaggiai, sempre incerto su prezzo che avevo pagato, sempre in dubbio se quei biglietti costassero realmente di più o di meno del loro prezzo, e non fossero adatti al viaggio che stavo facendo. Infatti, nulla mi rimase se non una vaga idea di luogo, inservibile ai fini della storia. La mancanza di un indizio preciso si faceva sentire.
Così rifeci quelle strade in macchina e a piedi; parcheggiavo nei dintorni di un luogo e iniziavo a perlustrare, pensando intanto ai numerosi problemi tecnici che con la mia rentrée sulle scene avrei dovuto affrontare: non ricordavo nulla né del cablaggio né di macchinari. Le apparecchiature che di lì a poco avrei dovuto usare per realizzare tecnicamente il mio film mi erano con il tempo e la lontananza diventate ignote. Contavo in una certa memoria muscolare, data dall’abitudine a certi movimenti che una volta, quando mi trovavo immerso nel lavoro, sapevo di certo fare, e senza pensarci. Girando, la memoria mi sarebbe tornata, insieme a tutti i trucchi del mestiere, faticosamente dimenticati in questi tempi. Affidandomi a quella smemoratezza e ai gesti automatici, qualcosa avrei di certo recuperato, e con il resto me la sarei vista di volta in volta.
Ora, però, rimaneva solo una cosa, la più importante: cosa dire? Vagavo tra le foreste cercando spunti affidandomi all’occhio, continuamente disturbato dalle bande che in quei luoghi imperversavano, offrendo il nuovo culto alle divinità locali, spesso niente di più che un ragazzotto biondo portato in processione dai presunti adoratori. Fu proprio in una di quelle occasioni casuali di incontro che mi fermai, senza por loro attenzione e concentrandomi tutto, e scrissi sul taccuino, disturbato di continuo da quelli, che continuavano a girare in tondo fra gli alberi, apparendo e scomparendo tra i tronchi fitti, la prima frase di questa relazione.
Continuava a ronzarmi in testa il nome di una strada, appariva e subito scivolava via non appena ci posavo la mente, tanto che non ero neanche sicuro della sua forma esteriore, della pura e semplice successione di lettere che lo formavano. Giravo attorno a quei luoghi cercandolo e mai ottenendolo. Sapevo che era un nome dolce e forte, ricco di suggestione e possibilità, ma non riuscivo a fissarlo in una forma stabile. Facevo le prove a pronunciare via via quelli che mi venivano in mente, ma nessuno era quel nome, tanto che a un certo punto disperai di poterlo ritrovare, di poter incentrare il mio film su quello. Non era più la via, o il luogo, che mi interessava ritrovare grazie a quel nome, ma il nome stesso, un nome che diceva molto di più di qualsiasi altro nome. Talvolta mi sovvenivano accenti, ma la sensazione generale era di sconforto, di disfatta.

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