L’uomo ha la netta sensazione di non essere compreso quando parla. Non che esprima nei discorsi concetti difficili o formuli frasi complicate descriventi ipotesi sconnesse. È proprio per una certa grana o qualità della voce che da qualche tempo la rende incomprensibile, fatto questo non oggettivo in quanto ricavato da un’esperienza raccontata dall’Altro, nel senso soggettivo del termine: quest’Uomo, che pronuncia frasi e parole semplici e quotidiane, ha l’impressione di non essere capito. Il segno che ha di questo è che ogni volta l’interlocutore gli chiede di ripetere ciò che ha appena detto, e questo non una ma molte volte. Talvolta, al telefono, il cui microfono sensibile dovrebbe raccogliere perfettamente le vibrazioni della sua voce, dall’altro capo dicono di disturbi sulla linea quali: fruscii, vuoti, mancanze. L’Uomo è sinceramente colpito da questo fatto, tanto che col passare del tempo gli pare di perdere consistenza, soprattutto per il continuo ripetere quelle frasi che da semplici che erano sono diventate con il ridirle sciocche e insulse, se non inutili. Talvolta, per non ripetere pedissequamente tutto, si costringe a laboriose perifrasi: ciò, lungi dal favorire la comprensione, peggiora le cose. Medita il suicidio, teme di perdere oltre alla solidità anche la ragione. Egli crede che in fondo la colpa di questo sia sua, imputabile a una perdita di consistenza del suo vero essere.
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