I personaggi sono quasi sempre due, perché è il minimo
indispensabile, mai superato, necessario a mettere in scena questo dialogo. Lui
è giovanissimo, alto e un po’ in carne, di quella carne ingenua e appetibile
che intenerisce, un po’ goffo data l’inesperienza, la parlata blesa dovuta a
qualche difetto nei denti o nelle labbra ma non nella lingua. Lei è altrettanto
giovane, forse più di lui, piccoletta e magra, non proprio bella, dai discorsi
brevi e banali pieni di frasi fatte. Entrambi sono proprio brutti, però una
certa grazia ce l’hanno.
All’inizio del dramma, perché di questo nel loro
piccolo si tratta, i due si trovano fuori dal portone della casa di lei, lei
che deve salire. Stanno discutendo di qualcosa, probabilmente se lui debba o no
accompagnarla al piano e forse anche all’interno dell’appartamento per magari
sedurla – se così di può dire, impropriamente, vista l’inesperienza dei due,
probabilmente alla prima arma in assoluto.
Mentre lei accenna ad entrare, lui, dopo aver messo la
catena il motorino, tenta di fare un passo nella stessa direzione; ma quando
lei si accorge del movimento, subito si ferma e si ritira. Dice qualcosa,
borbotta una scusa, accenna un pretesto, non si capisce dato il difetto di
pronuncia, lei replica: Non sono mica la bella Sulamita.
Ora, qui è necessaria una spiegazione riguardo a
questo appellativo: la ragazzina, va detto, non è una lettrice della Bibbia, né
ha dimestichezza con la letteratura in generale, né sa il significato di quel
che ha detto. Dice così soltanto perché in qualche imprecisata parte del mondo
in cui fortuitamente si è venuta a trovare un giorno ella ha sentito dire:
Bella Sulamita, senza capirne del tutto il significato. Il suono le piacque
talmente tanto che lo ripete in ogni occasione, rivestendo quel dire di un
significato vago e inappropriato. Probabilmente, vuole significare: non sono
l’ultima rimasta di certo, una a cui ci si accompagna per pietà ma senza amore.
Oppure, più semplicemente: non sono mica una scema. Di più, non riesce a
formulare.
Comunque, i due vanno avanti un bel po’ di minuti, e
anche indietro, con lei che vuole o deve entrare perché di sopra i genitori la
aspettano, e lui che la vuol seguire, e lei che non vuole e lui che si ritira.
Non sanno in che altro modo corteggiarsi, così si respingono credendo di fare
il giusto. Non importa l’azione, si dicono, importa il motivo, e il loro è puro
amore, attrazione fisica, disgusto.
A ogni giro di battute, lei dice quella della Sulamita
che lo ammutolisce: non vuole essere preso per un profittatore o un meschino,
così ogni volta si ritrae un passo di più, allontanandosi lentamente ma
costantemente, finché è distante assai e lei può finalmente entrare. Mentre il
portone si sta chiudendo lentamente, prende la rincorsa in una nuvola di
polvere caricando quel portone come un bisonte, finalmente entrando per
seguirla fin su – dove il nostro sguardo non può arrivare.
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