mercoledì 7 aprile 2021

Sotto casa

I personaggi sono quasi sempre due, perché è il minimo indispensabile, mai superato, necessario a mettere in scena questo dialogo. Lui è giovanissimo, alto e un po’ in carne, di quella carne ingenua e appetibile che intenerisce, un po’ goffo data l’inesperienza, la parlata blesa dovuta a qualche difetto nei denti o nelle labbra ma non nella lingua. Lei è altrettanto giovane, forse più di lui, piccoletta e magra, non proprio bella, dai discorsi brevi e banali pieni di frasi fatte. Entrambi sono proprio brutti, però una certa grazia ce l’hanno.
All’inizio del dramma, perché di questo nel loro piccolo si tratta, i due si trovano fuori dal portone della casa di lei, lei che deve salire. Stanno discutendo di qualcosa, probabilmente se lui debba o no accompagnarla al piano e forse anche all’interno dell’appartamento per magari sedurla – se così di può dire, impropriamente, vista l’inesperienza dei due, probabilmente alla prima arma in assoluto.
Mentre lei accenna ad entrare, lui, dopo aver messo la catena il motorino, tenta di fare un passo nella stessa direzione; ma quando lei si accorge del movimento, subito si ferma e si ritira. Dice qualcosa, borbotta una scusa, accenna un pretesto, non si capisce dato il difetto di pronuncia, lei replica: Non sono mica la bella Sulamita.
Ora, qui è necessaria una spiegazione riguardo a questo appellativo: la ragazzina, va detto, non è una lettrice della Bibbia, né ha dimestichezza con la letteratura in generale, né sa il significato di quel che ha detto. Dice così soltanto perché in qualche imprecisata parte del mondo in cui fortuitamente si è venuta a trovare un giorno ella ha sentito dire: Bella Sulamita, senza capirne del tutto il significato. Il suono le piacque talmente tanto che lo ripete in ogni occasione, rivestendo quel dire di un significato vago e inappropriato. Probabilmente, vuole significare: non sono l’ultima rimasta di certo, una a cui ci si accompagna per pietà ma senza amore. Oppure, più semplicemente: non sono mica una scema. Di più, non riesce a formulare.
Comunque, i due vanno avanti un bel po’ di minuti, e anche indietro, con lei che vuole o deve entrare perché di sopra i genitori la aspettano, e lui che la vuol seguire, e lei che non vuole e lui che si ritira. Non sanno in che altro modo corteggiarsi, così si respingono credendo di fare il giusto. Non importa l’azione, si dicono, importa il motivo, e il loro è puro amore, attrazione fisica, disgusto.
A ogni giro di battute, lei dice quella della Sulamita che lo ammutolisce: non vuole essere preso per un profittatore o un meschino, così ogni volta si ritrae un passo di più, allontanandosi lentamente ma costantemente, finché è distante assai e lei può finalmente entrare. Mentre il portone si sta chiudendo lentamente, prende la rincorsa in una nuvola di polvere caricando quel portone come un bisonte, finalmente entrando per seguirla fin su – dove il nostro sguardo non può arrivare.

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