Io commisero, tu commiseri, egli commisera, noi commetteremo, voi commetterete, essi commisero – con questo gioco di parole termina la storia. Ma come inizia? Con un giovane, la cui pelle negra resiste alle intemperie, tanto che può camminare scalzo anche nella città piovosa e notturna. Si veste, nudo fin nell’intimo, d’un impermeabile grigio da agente segreto, e prende l’ultimo tram della notte che lo porti in città: le vie bagnate e nessuna protezione contro il buio, nelle cui ombre si nascondono alberelli e rotaie. Alla fermata, alle prime avvisaglie di civiltà, scende e s’incammina di nuovo verso casa. Il suo nume tutelare è Harry Belafonte, le cui musiche si canticchia internamente mentre scalzo passeggia. Va nudo nell’oscurità, corpo frutto dell’invidia e del desiderio, invisibile ma non a se stesso, scoperto a ogni occhio e attacco, imperturbabile, la mente rivolta ad antichi sentieri. Poi, pensa, le piante dei piedi mi dorranno per giorni. Però si riscuote, ripensa alla savana, alle sabbie brucianti che gli hanno temprato l’epidermide, rendendola come cuoio, a gomma vulcanizzata e ultraresistente: che cosa vuoi che sia un po’ d’umido, il pavé e le rotaie? e la massicciata? Roba da nulla, da bersi com’un bicchier d’acqua. Al diavolo il dolore futuro, mi angustia quello presente. E allora, cammina.
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