Chi è costui, che non lo riconosciamo?
Si traveste da guastafeste, da parente importuno, da
immigrato, da postulante. Delle tre stanze, si installa nell’ultima, e da lì
ordina e dirige. Dà indicazioni, consigli; suggerisce come fare e come non
fare, a volte in maniera anche abbastanza insolente, spesso alzando la voce,
sempre usando una parlata blesa, priva di alcune, se non tutte, consonanti.
Il suo dire si riduce quindi a un’apertura e chiusura
di vocali, i cui toni sono modulati con il senso del discorso, senso ch’è
generale e vago ma perfettamente capito dagli astanti, discorso che verte
sempre sull’ordine e l’imposizione. Quando s’inalbera, perché qualcuno decide
di non seguirlo nelle sue imprese (e per far ciò ci si isola nella prima
stanza, distanti da lui per non vederlo ma non abbastanza per non sentirlo) il
tono di quelle vocalità aumenta di volume e tono, modulando su frequenze più
acute. Quando si accorge che qualcuno ha lasciato il seminato, percorre a
grandi passi la distanza fra le stanze (la prima quella del transfuga, l’ultima
la sua) e cerca di convincere il fuggiasco a ritornare, proponendo emendamenti
a quel suo dire d’ordini. Ma chi si distacca vede ormai che al di là di
quell’ultima stanza c’è dell’altro, e anche se non è in quantità apprezzabili è
pur sempre diverso, migliore non si sa ma di certo non importa.
Ma perché costui è arrivato fino a noi? Le regole
d’ingaggio parlavano chiaro, fino a ieri: al punto sette era ben specificato, e
in lettere chiare. Non li vogliamo, i P…
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