È risaputo che, dei due occhi, uno vede colori che
l’altro non distingue. Il destro, per esempio, vede la realtà in una dominante
rossa che nell’altro è, sempre per esempio, verde: chiudendo alternativamente
gli occhi cambiano i colori delle cose. Questo effetto si annulla quando
entrambi sono aperti: le dominanti si annullano a vicenda, essendo
cromaticamente complementari. Ma la differenza di visione permane anche se
inavvertita, ed è un sintomo della radicale disparità fra i due lati del corpo.
Quale sia la dominante è di volta in volta da decidere. Di fatto è così, anche
all’arrivo.
La città al crepuscolo diventa d’ottone e vetro, e
odora di metallo. Dalla stazione, le direzioni per chi arriva si confondono:
dov’è l’ippodromo per le puntate? dove l’ospedale dove l’amico ci attende?
Dall’alto della scalinata d’uscita il Dottore osserva le vie che si confondono tra i
palazzi, formando false quinte di teatro che ricevono altre case, altri angoli:
e le vie, che paiono attraversarla così chiaramente, in verità sono tortuose e
infide, tanto che portano in direzioni altre e nascoste. Chi arriva
giustamente, si sente spaesato; si domanda dove mangiare, come guadagnare
qualche soldo, e non sa rispondersi se non trova qualcuno che gli faccia da
guida.
Una guida, ben detto: ma saprà ella raccapezzarsi fra
tutte quelle false direzioni e riflessi ingannevoli? Il sole, ormai sotto
l’orizzonte, non proietta più le ombre necessarie, sistema così utile per
determinare distanze e profondità. Una città senz’ombra, di metallo e vetro per
giunta, è un luogo invivibile. Una guida, è facile dirlo: ma dove trovarla?
Forse, nell’atrio della stazione, presso il casellario e il deposito bagagli. È
là che di solito stazionano i perdigiorno in attesa di polli da spennare. Si
spera che questa volta non sarà così, che la guida riesca a portare a
destinazione l’uomo che le si è affidato. Ma se le ombre hanno cancellato le
distanze, come si arriverà? Seguendo la via, è chiaro: una guida non deve far
da meno di questo.
Le differenze fra i due occhi, è vero: che cosa
implica tutto ciò? Prima di tutto, l’ignoranza del Dottore, che mai ha saputo
di questo pur avendola avuta, per così dire, sotto gli occhi. Si meraviglia nel
sentire i pazienti che gliene parlano, che dicono di disparità di visione e di
colori delle cose, e vuole saperne di più. Ma il paziente nulla di più dice se
non l’ovvio: è sempre stato così, discuterne è inutile e dannoso. Dannoso
perché nascono incomprensioni, inutile perché è evidente. Ed è anche tardivo –
questo lo si capisce bene.
Ecco che fiduciosamente i due, guida e guidato,
s’incamminano verso un chiaro oriente. La guida pensa: lo porrò sulla
direttrice, seguendo la quale potrà arrivare dove vuole. All’ospedale, ha
detto? o forse all’ippodromo? Non importa: là dove lo spedirò ci saranno
indicazioni sufficienti per entrambe le vie; adesso, l’unica cosa da fare è
uscire dal dedalo di viuzze e portarlo in linea – questo dice la guida. Par che
sappia il fatto suo.
Ma poi, girati due o tre angoli, la guida arranca: fra
loro e la destinazione si aprono salite ghiaiose di montagne, letti di torrenti
in secca, casipole abbandonate in aperta campagna, pure ciminiere diroccate e
ciuffi d’erba fra le pietre bianche. La direzione non era poi così tanto chiara
se già si sono arenati. Ancora uno sforzo, si dice, e riuscirò a metterlo in
riga, nella giusta strada dritta che, una volta presa, lo porterà alla meta,
ospedale o ippodromo o albergo che sia. Ma quella linea retta tarda a
mostrarsi, e tutto si confonde in aperta campagna sotto un sole aspro e cocente
che secca la gola, dove di città o ottone o vetro non c’è davvero più traccia.
-Ma io voglio saperne di più! -, dice il dottore. Al
che, che cosa gli si può rispondere? Dottore, lasci stare queste ovvietà e curi
piuttosto la malattia.
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