Queste sono le parole che la prima volta che si
leggono paiono non significare nulla, e nulla continuano a voler dire se le si
dimenticano una volta lette, dimenticandosi di averle addirittura vedute. Ma
se, per caso o intenzione, ci si ritorna sopra, quelle parole si imprimono a
fuoco nel cuoio del cuore come un destino da cui non si può sfuggire, nemmeno
per ignoranza, perché la dimenticanza non basta ad annullare quelle parole, non
basta nemmeno il non leggerle mai, perché l’averle scritte, l’averle pensate è
sufficiente a dar loro un potere.
Camminando per le vie dell’Isola, si pensa che non si
potrebbe mai abitare qui: palazzi nuovi sorgono come denti sostituiti, in
colori pastello e cera, mai usati. Ci si potrebbe vivere solo essendoci nati, avendo
stemperato quell’aspetto finto e pulito con l’abitudine, se quel paesaggio
lindo e uniforme che assomiglia a un set cinematografico partecipasse alle
azioni e ai detti che noi avremmo potuto dire un tempo, non importa quanto
lontano – è sufficiente averne il ricordo, o almeno del ricordo la suggestione.
Si cammina pensando a come camminavamo un tempo, a piedi nudi sull’asfalto
bagnato della città, senza il timore continuo di sporcarsi i piedi, che nulla è
al confronto del terrore di avere le scarpe bucate – altrimenti, non ci saremmo
mai mossi. A quei tempi, si abitava in macchina, senza acqua luce o gas che non
fosse la luce del cielo o del sole, e quando si aveva voglia di un po’ di
pulizia o fame, semplicemente non ci si prestava attenzione. Bastava sapere che
un appartamento vicino ci potrebbe ospitare per far passare subito ogni uggia.
Vivevamo all’aperto, parcheggiati in strada, in una via con molti negozi: ad
avere i soldi, tutto era possibile. Chissà se li avevamo! Non è importante.
L’importante era che l’occhio si riposasse sulle linee continue della
prospettiva piana, quegli angoli dolci, quelle visioni consuete. Quelle erano
il nostro cibo. Poco importa se per girare attorno si dovessero guadare pozze
d’acqua sporca: quello sporco non ci insozzava, non ci si faceva caso.
Queste vie in salita, sull’isola, invece ci sfiancano:
dov’è la pensione che ci dovrebbe ospitare? I colori tenui delle facciate
somigliano a confetti in una bomboniera, a certe delicate carte da imballaggio,
a regali intoccabili. Un lusso per la mente. Sì, ma viverci? Alla fine,
qualcuno ci accoglie. La lunga marcia ci ha trasformati in creature sensuali e
legnose, cadaveri dalle gambe lunghissime e ben tornite, e siamo inquieti:
vorremmo tornare indietro. Ma siamo appena arrivati! Appena? Vorremmo dire non
ancora, e lo diremmo se non fosse tardi e il sonno non ci piegasse le gambe.
Chi vorrebbe dormirci, in un letto che ha esaurito i suoi sogni? Sarebbe come
non poter allungare le mani sui propri desideri. L’esaudimento continuo
equivale a nessun esaudimento, e quando la voglia è sempre davanti agli occhi è
come se fosse scomparsa. Nondimeno, è qui che ambivamo arrivare; se almeno si
potesse dire, in questa esposizione continua, che esiste ancora il desiderio,
allora sarebbe fatta. Così, è meglio abbandonare al domani ogni discorso. Tutto
è un segreto che, se menzionato, svanisce per sempre.
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