All’epoca si poteva parlare soltanto attraverso la
malattia, più per moda che per altro. Che cosa se ne poteva mai ragionevolmente
trarre? Malattia significava piastrelle bianche al muro, letti di ferro e
corsie deserte; e più le piastrelle erano ingiallite più duri i letti e più
deserte le corsie, più che della malattia si credeva di dire tutto: era una
moda, e un modo di dire, ma chi dalla malattia ci era passato davvero si
sentiva premiato improvvisamente da quell’insolito destino. In quei momenti, la
condanna era quasi un privilegio. Naturalmente, della malattia si faceva un
gran dire per abitudine: ne parlavamo come dottori, senza avere le parole che
descrivessero i sapori che chiudevano la gola. Ogni racconto di malattia, come
bene si sa, si riduce a poca cosa, a pochi elementi variamente ricombinati che
formano un discorso monotono e stancante. Come invece ogni racconto, passando
per quello della malattia, ne riuscisse vivificato, era un mistero.
Ogni discorso, come ogni sogno che si rispetti, doveva
attraversare quel residuo, e i nostri discorsi quotidiani si orientavano a
quella corrente dominante. Tutto ci passava attraverso, anche ciò che con
quello nulla aveva da spartire. Il lungo e quotidiano dire della malattia, e
tutto cominciò quando di quella cominciò a parlare un noto personaggio
pubblico, era il passaggio attraverso cui ogni parola del discorso trovava la sua
verità e esistenza.
Si parlava di malattia, ma si intendeva la guarigione,
o meglio: la cura. Una cura dolorosa e sofferta, fatta di convulsioni e
intossicazioni: erano quelli i momenti in cui la gola si serrava, le piastrelle
si ingiallivano, i letti diventavano più duri e le corsie deserte. Nel dolore
della cura si era tutti impotenti: si aveva il terrore di ricaderci dentro, di
tornare indietro al nulla da cui si era partiti. Si aveva speranza si andare
avanti, di macinare un altro minuto senza che la malattia crescesse di nuovo
dentro di noi (e il dolore era il segno che tutto, forse, andava bene). Si
aveva il desiderio inconfessato di fermarci, di arrestare tutto e di godere di
quell’attimo solo. In molti lo facevano, questo discorso, lo ripetevano più per
sentito dire che per sentirlo davvero, e qualcuno introduceva anche delle
varianti a proprio gusto; ma nessuno sapeva realmente, senza esserci passato,
cosa ciò significasse, quale grazia leggera avessero quella speranza, quel
terrore e quel desiderio – solo chi ci era passato conosceva il senso,
portandoselo tatuato sul rovescio della pelle. Era solo una moda, ma serviva a
farsi capire.
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