mercoledì 7 luglio 2021

Il male interno

All’epoca si poteva parlare soltanto attraverso la malattia, più per moda che per altro. Che cosa se ne poteva mai ragionevolmente trarre? Malattia significava piastrelle bianche al muro, letti di ferro e corsie deserte; e più le piastrelle erano ingiallite più duri i letti e più deserte le corsie, più che della malattia si credeva di dire tutto: era una moda, e un modo di dire, ma chi dalla malattia ci era passato davvero si sentiva premiato improvvisamente da quell’insolito destino. In quei momenti, la condanna era quasi un privilegio. Naturalmente, della malattia si faceva un gran dire per abitudine: ne parlavamo come dottori, senza avere le parole che descrivessero i sapori che chiudevano la gola. Ogni racconto di malattia, come bene si sa, si riduce a poca cosa, a pochi elementi variamente ricombinati che formano un discorso monotono e stancante. Come invece ogni racconto, passando per quello della malattia, ne riuscisse vivificato, era un mistero.
Ogni discorso, come ogni sogno che si rispetti, doveva attraversare quel residuo, e i nostri discorsi quotidiani si orientavano a quella corrente dominante. Tutto ci passava attraverso, anche ciò che con quello nulla aveva da spartire. Il lungo e quotidiano dire della malattia, e tutto cominciò quando di quella cominciò a parlare un noto personaggio pubblico, era il passaggio attraverso cui ogni parola del discorso trovava la sua verità e esistenza.
Si parlava di malattia, ma si intendeva la guarigione, o meglio: la cura. Una cura dolorosa e sofferta, fatta di convulsioni e intossicazioni: erano quelli i momenti in cui la gola si serrava, le piastrelle si ingiallivano, i letti diventavano più duri e le corsie deserte. Nel dolore della cura si era tutti impotenti: si aveva il terrore di ricaderci dentro, di tornare indietro al nulla da cui si era partiti. Si aveva speranza si andare avanti, di macinare un altro minuto senza che la malattia crescesse di nuovo dentro di noi (e il dolore era il segno che tutto, forse, andava bene). Si aveva il desiderio inconfessato di fermarci, di arrestare tutto e di godere di quell’attimo solo. In molti lo facevano, questo discorso, lo ripetevano più per sentito dire che per sentirlo davvero, e qualcuno introduceva anche delle varianti a proprio gusto; ma nessuno sapeva realmente, senza esserci passato, cosa ciò significasse, quale grazia leggera avessero quella speranza, quel terrore e quel desiderio – solo chi ci era passato conosceva il senso, portandoselo tatuato sul rovescio della pelle. Era solo una moda, ma serviva a farsi capire.

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