mercoledì 14 luglio 2021

La promessa

La sposa è condotta dal padre su per i campi e i vigneti, a forza di spintoni. Sotto l’abito bianco si indovina che è nuda, ed egli imbraccia un fucile. Da qui siamo lontani, e ancora indugiamo a guardare senza essere visti ciò che accadrà. La conduce alla gogna dei nostri sguardi, è certo, e s’avvicina il più possibile per farcela vedere e vederci egli stesso, così da imbracciare il fucile e punire con un colpo la nostra curiosità. Lo ammettiamo, è morbosa, la curiosità, ma non riusciamo a staccare gli occhi, lo spettacolo di un padre che conduce a botte e spintoni la sua figlia sposa su per i pendii della vigna è uno spettacolo da vedere: a ogni brusco gesto del padre corrisponde una scopritura di quel vestito bianco sulla pelle nuda. La figlia è bella, così almeno s’intuisce alla distanza, troppo bella perché qualcuno se la maritasse e zitto. Con una figlia così non si può tacere. È così perspicua che la parola non deve solo coprirla. Ma chi riuscirà a pronunciarla? Il padre deve aver tanto cercato qualcuno che fosse in grado di parlare così, e la rabbia della delusione adeso si mostra tutta in quei gesti.
Uno di noi due dovrebbe presentarsi a lui come l’uomo ideale per sua figlia; invece, ci accontentiamo entrambi di stare qui a spiare non visti, attendendo che egli avvicinandosi troppo ci scorga e finalmente ci spari – perché non può che finire così. Dilatiamo il tempo rallentandolo negli sguardi, truccandone le variabili per mantenerlo a nostro vantaggio e vedere tutto da vicino, così vicino che solo lo sposo lo vedrebbe, solo a lui sarebbe permesso. S’avvicinano e noi continuiamo a rischiare di essere scoperti, fino al punto in cui, troppo prossimi, il padre imbraccia il fucile, prende la mira là dove adesso ci ha sicuramente visti e fa fuoco, mancandoci, perché un istante prima ci siamo strappati a quel luogo con uno sforzo di volontà fuggendone veloci, lontano.
Che dire di questo agli ospiti? Essi si scusano della troppo improvvisa partenza. Parlano di rivedersi presto ma son chiacchiere, come quelle che debbono aver deluso il padre con la figlia (e che dirgli di questo, a loro che non capirebbero di certo?), parole e smorfie di comodo che si fanno e si dicono quando non si ha più la voglia di dire qualcosa di concreto. Son germanici, della razza dello specchio e della civetta, mentitori e contraffattori: le loro parole sono false come i loro volti, nulla di loro è sincero ma artefatto, truccato al punto di crederlo vero. Dire loro della sposa è fiato sprecato. Nulla di loro vale, neanche una promessa strappata con l’immagine dell’infanzia, la più cara e edibile, gustosa d’un gelato mille gusti, da loro astrattamente mischiato fino a che non rimane nulla di comprensibile. Si finge serietà e compunzione atteggiando la faccia, ma la parola tradisce, la parola è nuda sotto quelle smorfie. Sì, sì, diciamo a calmarli, ma vorremmo che se ne andassero e tacessero, lasciandoci pensare ancora un po’ alla sposa e al modo di raggiungerla, di carpirla al padre con un trucco, una promessa, una parola. 

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