La sposa è condotta dal padre su per i campi e i
vigneti, a forza di spintoni. Sotto l’abito bianco si indovina che è nuda, ed
egli imbraccia un fucile. Da qui siamo lontani, e ancora indugiamo a guardare
senza essere visti ciò che accadrà. La conduce alla gogna dei nostri sguardi, è
certo, e s’avvicina il più possibile per farcela vedere e vederci egli stesso,
così da imbracciare il fucile e punire con un colpo la nostra curiosità. Lo
ammettiamo, è morbosa, la curiosità, ma non riusciamo a staccare gli occhi, lo
spettacolo di un padre che conduce a botte e spintoni la sua figlia sposa su
per i pendii della vigna è uno spettacolo da vedere: a ogni brusco gesto del
padre corrisponde una scopritura di quel vestito bianco sulla pelle nuda. La
figlia è bella, così almeno s’intuisce alla distanza, troppo bella perché
qualcuno se la maritasse e zitto. Con una figlia così non si può tacere. È così
perspicua che la parola non deve solo coprirla. Ma chi riuscirà a pronunciarla?
Il padre deve aver tanto cercato qualcuno che fosse in grado di parlare così, e
la rabbia della delusione adeso si mostra tutta in quei gesti.
Uno di noi due dovrebbe presentarsi a lui come l’uomo
ideale per sua figlia; invece, ci accontentiamo entrambi di stare qui a spiare
non visti, attendendo che egli avvicinandosi troppo ci scorga e finalmente ci
spari – perché non può che finire così. Dilatiamo il tempo rallentandolo negli
sguardi, truccandone le variabili per mantenerlo a nostro vantaggio e vedere
tutto da vicino, così vicino che solo lo sposo lo vedrebbe, solo a lui sarebbe
permesso. S’avvicinano e noi continuiamo a rischiare di essere scoperti, fino
al punto in cui, troppo prossimi, il padre imbraccia il fucile, prende la mira
là dove adesso ci ha sicuramente visti e fa fuoco, mancandoci, perché un
istante prima ci siamo strappati a quel luogo con uno sforzo di volontà
fuggendone veloci, lontano.
Che dire di questo agli ospiti? Essi si scusano della
troppo improvvisa partenza. Parlano di rivedersi presto ma son chiacchiere,
come quelle che debbono aver deluso il padre con la figlia (e che dirgli di
questo, a loro che non capirebbero di certo?), parole e smorfie di comodo che
si fanno e si dicono quando non si ha più la voglia di dire qualcosa di
concreto. Son germanici, della razza dello specchio e della civetta, mentitori
e contraffattori: le loro parole sono false come i loro volti, nulla di loro è
sincero ma artefatto, truccato al punto di crederlo vero. Dire loro della sposa
è fiato sprecato. Nulla di loro vale, neanche una promessa strappata con
l’immagine dell’infanzia, la più cara e edibile, gustosa d’un gelato mille
gusti, da loro astrattamente mischiato fino a che non rimane nulla di
comprensibile. Si finge serietà e compunzione atteggiando la faccia, ma la
parola tradisce, la parola è nuda sotto quelle smorfie. Sì, sì, diciamo a
calmarli, ma vorremmo che se ne andassero e tacessero, lasciandoci pensare
ancora un po’ alla sposa e al modo di raggiungerla, di carpirla al padre con un
trucco, una promessa, una parola.
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