Nostra madre certo si preparò a quel giorno segnandolo
in rosso sul calendario.
Suo figlio, il maggiore, era fuggito in città
lasciando la tenda del padre e con essa il lavoro di guardiano del gregge. Per
lei, fu un duro colpo, ma non si dette per vinta: ella credé che la fuga fosse
da imputarsi al desiderio di una vita più piena e diversa da quella dedita alla
pastorizia e all’amministrazione delle ricchezze familiari. Pensava che il
figlio desiderasse le cose che solo la vita cittadina poteva offrirgli, piena
di insidie, di occasioni, di perdizione. La vita sotto le tende si svolgeva nel
rispetto della legge di Dio, alquanto monotona, e ogni suo momento, pur essendo
rivolto al lavoro, era scandito da riti e osservanze che misuravano il tempo
dandogli un senso, una direzione e una profondità, cose che ella là nella città
credeva perdute.
Fu durante i lunghi mesi caldi, con il ridursi delle
attività, quando noi altri figli dovevamo accudire le mogli e i piccoli nati
nel frattempo, lasciando ai servi il lavoro nelle pasture. L’unica nostra
preoccupazione era il rimestare nelle acque zuccherate nei recipienti, badando
alla soluzione e che nessuno si addormentasse nel far ciò, o si sentisse male.
Lunghi mesi di apparente riposo necessario allo sviluppo nel futuro della
nostra comunità, lunghi mesi in cui le assenze di nostra madre si facevano
frequenti; e a ogni suo ritorno, la accoglievamo con gratitudine, anche se non
ci confidava nulla: era come se si stesse preparando a un grande passo
doloroso. Noi, per rispetto, non le chiedevamo niente, ma in quel silenzio, che
nelle notti estive si faceva dolce e sereno, una pena e una domanda ci
crescevano dentro. Dove l’avrebbe portata il dolore dell’assenza del figlio, il
prediletto, il più simile al padre e che per questo sarebbe diventato il capo
della tribù? La risposta non riuscivamo a immaginarcela.
La vedevamo, prima delle sue assenze, girare d’attorno
quasi con noncuranza, e dopo un momento non la vedevamo più, e per giorni. Era
una donna saggia, sicuramente sapeva quello che faceva, e sapendolo come era
certo che lo sapesse, a noi non restava altro che curarsi si lei quando era
presente, e nel frattempo star dietro ai nostri beni, alle nostre donne. Quando
era con noi, a parte la pena sorda e tutta interiore che noi immaginavamo
provocata da quell’assenza, null’altro sussisteva.
Venne finalmente il capo d’anno, e con quello i dieci
giorni di pentimento. Per quella volta, decidemmo di andare in città per
festeggiare la ricorrenza e pregare nella sinagoga maggiore, assistiti da quei
rabbini che, avendo studiato a fondo la Legge, sanno cos’è meglio per noi. La
data che nostra madre aveva segnata in rosso, ad essa preparandosi tutto quel
tempo a nostra insaputa, era arrivata. In città, ci mettemmo alla ricerca di
nostro fratello. Domandammo in giro, e le voci ci condussero agli appartamenti
contigui al Tempio. Fu grande la sorpresa quando scoprimmo che era diventato
rabbino: la fuga dalle tende non ebbe come scopo la dissolutezza cittadina
immaginata da nostra madre, ma un più approfondito studio di Dio, cosa che
nostro padre avrebbe certamente apprezzato se fosse stato ancora con noi.
Egli ci accolse con parole gentili, piene di spirito.
Nostra madre, forse commossa ma di certo arrabbiata, lo insultò dicendogli: Ma
allora vuoi prendermi in giro?, ripetendo più volte questa frase come se non
sapesse o potesse dire altro, come se l’idea di una delusione si fosse ormai
radicata in lei da non poter più essere cancellata. Il figlio accolse tutti
offrendoci del vino, denso e rosso, in cui disciolse una zolletta di zucchero:
quel liquore non dava alla testa, offerto com’era con la speranza di riunirci
per un attimo in grande pace e comprensione. Ma la sorpresa di trovarcelo
davanti all’improvviso, così simile a quando se n’era andato, senza che sul suo
volto apparissero i segni di quella santità a cui doveva certamente
appartenere, sciupò ogni gesto di quell’incontro, evento di cui ci rimase (e
molto tempo ci volle prima che quella sensazione si cancellasse) un senso
postumo di inutilità. Forse, nostra madre non aveva tutti i torti a comportarsi
con quell’astio. La sua irragionevolezza era tale solo in apparenza, in realtà
andava dritto al nocciolo.
Fu in quel momento del brindisi che lei gli consegnò
il documento con cui lo ripudiava: nei periodi in cui era assente
dall’accampamento si recava in città a cercare aiuto dai sapienti, maestri
della Legge, e da loro si era fatta vergare quel documento di scomunica. Si era
appellata a quei rabbini per strappare da sé la parte più preziosa, e aveva
avuto cura di rivolgersi ai migliori per avere un documento inoppugnabile,
infallibile ed efficace che la riportasse a uno stato originario, in cui quel
figlio non era più suo figlio, ma non era neppure mai nato. Con orrore, ci
rendemmo conto di questo e anche di altro: arrivando in città ci eravamo
diretti subito e senza indugio verso la casa in cui avremmo ritrovato nostro
fratello; ma noi, di quella casa, nulla sapevamo.
Anche qui, nostra madre aveva agito per noi: non solo
aveva scovato i migliori rabbini, che gli avevano dato quel documento che tanto
bramava, ma aveva ricercato per suo conto quel suo figlio maggiore, scoprendo
dove era, cosa faceva, con chi stava – e tutto senza mai dirci nulla. A dirla
tutta, noi questo fratello quasi non sapevamo chi fosse, non conoscendolo per
nulla se non per un nome vago che ogni volta era pronunciato diversamente,
riconoscendo in lui soltanto il foro provocato dalla lesina sul lobo
dell’orecchio. Di lui ne avevamo sempre sentito parlare come di una cosa vaga o
una possibilità, talmente remota da non valere nemmeno come pietra di paragone.
Ora, invece, stava di fronte a noi, con nostra madre a far da unico tramite fra
noi e lei, quasi sconosciuta adesso anche lei, per i maneggi che aveva condotto
in gran segreto tutto quel tempo. Tutto questo viaggio verso la città non era
stato per desiderio di meglio festeggiare il capo d’anno, con i riti della
Legge, ma per un desiderio di vendetta di cui tutti noi figli eravamo rimasti
all’oscuro. Con il suo assentarsi, nostra madre aveva tessuto una tela di cui
noi eravamo i fili. Senza riguardo aveva trattato noi tutti come quel figlio
maggiore, inconsapevoli mezzi di un suo desiderio privato. Di lei, nulla
avevamo davvero mai saputo, e nulla avremmo mai più saputo dopo oggi. Ci rimase
solo quella sua frase, detta con astio: Ma allora, vuoi prendermi in giro?
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