mercoledì 1 settembre 2021

Il figlio maggiore

Nostra madre certo si preparò a quel giorno segnandolo in rosso sul calendario.
Suo figlio, il maggiore, era fuggito in città lasciando la tenda del padre e con essa il lavoro di guardiano del gregge. Per lei, fu un duro colpo, ma non si dette per vinta: ella credé che la fuga fosse da imputarsi al desiderio di una vita più piena e diversa da quella dedita alla pastorizia e all’amministrazione delle ricchezze familiari. Pensava che il figlio desiderasse le cose che solo la vita cittadina poteva offrirgli, piena di insidie, di occasioni, di perdizione. La vita sotto le tende si svolgeva nel rispetto della legge di Dio, alquanto monotona, e ogni suo momento, pur essendo rivolto al lavoro, era scandito da riti e osservanze che misuravano il tempo dandogli un senso, una direzione e una profondità, cose che ella là nella città credeva perdute.
Fu durante i lunghi mesi caldi, con il ridursi delle attività, quando noi altri figli dovevamo accudire le mogli e i piccoli nati nel frattempo, lasciando ai servi il lavoro nelle pasture. L’unica nostra preoccupazione era il rimestare nelle acque zuccherate nei recipienti, badando alla soluzione e che nessuno si addormentasse nel far ciò, o si sentisse male. Lunghi mesi di apparente riposo necessario allo sviluppo nel futuro della nostra comunità, lunghi mesi in cui le assenze di nostra madre si facevano frequenti; e a ogni suo ritorno, la accoglievamo con gratitudine, anche se non ci confidava nulla: era come se si stesse preparando a un grande passo doloroso. Noi, per rispetto, non le chiedevamo niente, ma in quel silenzio, che nelle notti estive si faceva dolce e sereno, una pena e una domanda ci crescevano dentro. Dove l’avrebbe portata il dolore dell’assenza del figlio, il prediletto, il più simile al padre e che per questo sarebbe diventato il capo della tribù? La risposta non riuscivamo a immaginarcela.
La vedevamo, prima delle sue assenze, girare d’attorno quasi con noncuranza, e dopo un momento non la vedevamo più, e per giorni. Era una donna saggia, sicuramente sapeva quello che faceva, e sapendolo come era certo che lo sapesse, a noi non restava altro che curarsi si lei quando era presente, e nel frattempo star dietro ai nostri beni, alle nostre donne. Quando era con noi, a parte la pena sorda e tutta interiore che noi immaginavamo provocata da quell’assenza, null’altro sussisteva.
Venne finalmente il capo d’anno, e con quello i dieci giorni di pentimento. Per quella volta, decidemmo di andare in città per festeggiare la ricorrenza e pregare nella sinagoga maggiore, assistiti da quei rabbini che, avendo studiato a fondo la Legge, sanno cos’è meglio per noi. La data che nostra madre aveva segnata in rosso, ad essa preparandosi tutto quel tempo a nostra insaputa, era arrivata. In città, ci mettemmo alla ricerca di nostro fratello. Domandammo in giro, e le voci ci condussero agli appartamenti contigui al Tempio. Fu grande la sorpresa quando scoprimmo che era diventato rabbino: la fuga dalle tende non ebbe come scopo la dissolutezza cittadina immaginata da nostra madre, ma un più approfondito studio di Dio, cosa che nostro padre avrebbe certamente apprezzato se fosse stato ancora con noi.
Egli ci accolse con parole gentili, piene di spirito. Nostra madre, forse commossa ma di certo arrabbiata, lo insultò dicendogli: Ma allora vuoi prendermi in giro?, ripetendo più volte questa frase come se non sapesse o potesse dire altro, come se l’idea di una delusione si fosse ormai radicata in lei da non poter più essere cancellata. Il figlio accolse tutti offrendoci del vino, denso e rosso, in cui disciolse una zolletta di zucchero: quel liquore non dava alla testa, offerto com’era con la speranza di riunirci per un attimo in grande pace e comprensione. Ma la sorpresa di trovarcelo davanti all’improvviso, così simile a quando se n’era andato, senza che sul suo volto apparissero i segni di quella santità a cui doveva certamente appartenere, sciupò ogni gesto di quell’incontro, evento di cui ci rimase (e molto tempo ci volle prima che quella sensazione si cancellasse) un senso postumo di inutilità. Forse, nostra madre non aveva tutti i torti a comportarsi con quell’astio. La sua irragionevolezza era tale solo in apparenza, in realtà andava dritto al nocciolo.
Fu in quel momento del brindisi che lei gli consegnò il documento con cui lo ripudiava: nei periodi in cui era assente dall’accampamento si recava in città a cercare aiuto dai sapienti, maestri della Legge, e da loro si era fatta vergare quel documento di scomunica. Si era appellata a quei rabbini per strappare da sé la parte più preziosa, e aveva avuto cura di rivolgersi ai migliori per avere un documento inoppugnabile, infallibile ed efficace che la riportasse a uno stato originario, in cui quel figlio non era più suo figlio, ma non era neppure mai nato. Con orrore, ci rendemmo conto di questo e anche di altro: arrivando in città ci eravamo diretti subito e senza indugio verso la casa in cui avremmo ritrovato nostro fratello; ma noi, di quella casa, nulla sapevamo.
Anche qui, nostra madre aveva agito per noi: non solo aveva scovato i migliori rabbini, che gli avevano dato quel documento che tanto bramava, ma aveva ricercato per suo conto quel suo figlio maggiore, scoprendo dove era, cosa faceva, con chi stava – e tutto senza mai dirci nulla. A dirla tutta, noi questo fratello quasi non sapevamo chi fosse, non conoscendolo per nulla se non per un nome vago che ogni volta era pronunciato diversamente, riconoscendo in lui soltanto il foro provocato dalla lesina sul lobo dell’orecchio. Di lui ne avevamo sempre sentito parlare come di una cosa vaga o una possibilità, talmente remota da non valere nemmeno come pietra di paragone. Ora, invece, stava di fronte a noi, con nostra madre a far da unico tramite fra noi e lei, quasi sconosciuta adesso anche lei, per i maneggi che aveva condotto in gran segreto tutto quel tempo. Tutto questo viaggio verso la città non era stato per desiderio di meglio festeggiare il capo d’anno, con i riti della Legge, ma per un desiderio di vendetta di cui tutti noi figli eravamo rimasti all’oscuro. Con il suo assentarsi, nostra madre aveva tessuto una tela di cui noi eravamo i fili. Senza riguardo aveva trattato noi tutti come quel figlio maggiore, inconsapevoli mezzi di un suo desiderio privato. Di lei, nulla avevamo davvero mai saputo, e nulla avremmo mai più saputo dopo oggi. Ci rimase solo quella sua frase, detta con astio: Ma allora, vuoi prendermi in giro? 

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