È strano come i nostri dolori e i nostri passi,
seppure in tempi e regioni diverse dello spazio, si assomiglino tutti. Oggi,
per esempio, mi è tornata in mente Ammonaria, di come tutti godevamo del suo
corpo, della sua presenza intendo, di come ella si conducesse intorno
illuminando ogni cosa di lei. Starle accanto per me era una gioia, e non
passava un attimo senza che quel desiderio non mi pungesse dentro.
Vivevamo allora alla periferia della città, dove le
rare persone che capitava di incontrare parevano comparse in uno studio
televisivo. Il quartiere gli somigliava, infatti pareva un palcoscenico dove
scarsi figuranti si muovono in giro cercando di dare un senso di umanità al
paesaggio. Le passeggiate che facevo con lei ci portavano sempre allo stesso posto,
il grande anello come lo chiamavamo, una striscia circolare d’asfalto in mezzo
al parco, protetta da una rete che lo faceva somigliare a un campo sportivo
abbandonato; mi piaceva starle vicino, il più possibile, e guardarla mentre
moveva camminando i muscoli atletici, quel suo corpo affinato e familiare:
quante poche parole dicevamo, e quanto assennate a quei tempi! Eravamo entrambi
giovani, io più di lei che quasi era adulta, e di quel silenzio godevamo
intensamente. Stavo più volentieri con lei che con gli altri miei fratelli.
Facevamo un giro dell’anello gareggiando per arrivare primi all’uscita, e
vinceva sempre lei; una volta riuscii a precederla, ma fu perché avevo barato.
Forse lei se ne accorse, si accorgeva sempre di tutto, ma non disse nulla; nemmeno
mi disse bravo, pareva che quel giorno un cruccio le oscurasse gli occhi.
Un altro giorno, o forse era lo stesso, me ne accorsi
dal modo in cui nostra madre aveva disposto le vivande sul tavolo da pranzo
(eravamo una famiglia numerosa, come ho detto, ma io fui l’unico a parlare) e
capii che Ammonaria era in procinto di andarsene, e che non sarebbe ritornata
che fra molti mesi o anni. I motivi della sua andata ancora oggi mi sono
ignoti, ma quel giorno, mettendomi a tavola dissi ad alta voce, quasi soprappensiero:
Ammonaria se ne andrà, dunque. Lo feci senza pensarci, come ho detto, quasi
obbedendo a uno strano impulso interiore, uno di quelli che nei sogni ci fanno
fare sciocchezze. Nostra madre, approfittando del fatto che ero andato a
lavarmi le mani prima del desinare, mi raggiunse e mi sgridò: Era proprio
necessario dirlo e bruciare tutti i nostri ponti? Le risposi che Ammonaria era
ormai grande, e di ogni cosa che da ora in avanti la avesse riguardata andava
informata, subito e bene. Mi sentii adulto, nel dirle così. Lei si limitò a
scotere la testa con disappunto, rinunciando a farmi capire quanto fossi
infantile ad agire in quel modo, senza darmi spiegazioni del motivo di quella
partenza. Forse, se ne dimenticò, o forse fu per una specie di vendetta. Di
fatto, anche se non lo ricordo bene visti i molti anni trascorsi da allora,
Ammonaria poi se ne andò davvero, e mi pare che di lei non seppi più nulla – o
almeno, questo mi pare che sia stato, non so più bene.
Di lei non mi sarei più ricordato se non mi fossi
soffermato a riflettere sulla somiglianza dei passi di oggi con quelli di un
tempo: i sentimenti e le mozioni di oggi sono gli stessi, indubbiamente, così
come è lo stesso il senso di assenza che talvolta mi prende, e a cui oggi posso
finalmente dare un nome.
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