mercoledì 20 ottobre 2021

La disposizione mutata

È strano come i nostri dolori e i nostri passi, seppure in tempi e regioni diverse dello spazio, si assomiglino tutti. Oggi, per esempio, mi è tornata in mente Ammonaria, di come tutti godevamo del suo corpo, della sua presenza intendo, di come ella si conducesse intorno illuminando ogni cosa di lei. Starle accanto per me era una gioia, e non passava un attimo senza che quel desiderio non mi pungesse dentro.
Vivevamo allora alla periferia della città, dove le rare persone che capitava di incontrare parevano comparse in uno studio televisivo. Il quartiere gli somigliava, infatti pareva un palcoscenico dove scarsi figuranti si muovono in giro cercando di dare un senso di umanità al paesaggio. Le passeggiate che facevo con lei ci portavano sempre allo stesso posto, il grande anello come lo chiamavamo, una striscia circolare d’asfalto in mezzo al parco, protetta da una rete che lo faceva somigliare a un campo sportivo abbandonato; mi piaceva starle vicino, il più possibile, e guardarla mentre moveva camminando i muscoli atletici, quel suo corpo affinato e familiare: quante poche parole dicevamo, e quanto assennate a quei tempi! Eravamo entrambi giovani, io più di lei che quasi era adulta, e di quel silenzio godevamo intensamente. Stavo più volentieri con lei che con gli altri miei fratelli. Facevamo un giro dell’anello gareggiando per arrivare primi all’uscita, e vinceva sempre lei; una volta riuscii a precederla, ma fu perché avevo barato. Forse lei se ne accorse, si accorgeva sempre di tutto, ma non disse nulla; nemmeno mi disse bravo, pareva che quel giorno un cruccio le oscurasse gli occhi.
Un altro giorno, o forse era lo stesso, me ne accorsi dal modo in cui nostra madre aveva disposto le vivande sul tavolo da pranzo (eravamo una famiglia numerosa, come ho detto, ma io fui l’unico a parlare) e capii che Ammonaria era in procinto di andarsene, e che non sarebbe ritornata che fra molti mesi o anni. I motivi della sua andata ancora oggi mi sono ignoti, ma quel giorno, mettendomi a tavola dissi ad alta voce, quasi soprappensiero: Ammonaria se ne andrà, dunque. Lo feci senza pensarci, come ho detto, quasi obbedendo a uno strano impulso interiore, uno di quelli che nei sogni ci fanno fare sciocchezze. Nostra madre, approfittando del fatto che ero andato a lavarmi le mani prima del desinare, mi raggiunse e mi sgridò: Era proprio necessario dirlo e bruciare tutti i nostri ponti? Le risposi che Ammonaria era ormai grande, e di ogni cosa che da ora in avanti la avesse riguardata andava informata, subito e bene. Mi sentii adulto, nel dirle così. Lei si limitò a scotere la testa con disappunto, rinunciando a farmi capire quanto fossi infantile ad agire in quel modo, senza darmi spiegazioni del motivo di quella partenza. Forse, se ne dimenticò, o forse fu per una specie di vendetta. Di fatto, anche se non lo ricordo bene visti i molti anni trascorsi da allora, Ammonaria poi se ne andò davvero, e mi pare che di lei non seppi più nulla – o almeno, questo mi pare che sia stato, non so più bene.
Di lei non mi sarei più ricordato se non mi fossi soffermato a riflettere sulla somiglianza dei passi di oggi con quelli di un tempo: i sentimenti e le mozioni di oggi sono gli stessi, indubbiamente, così come è lo stesso il senso di assenza che talvolta mi prende, e a cui oggi posso finalmente dare un nome.

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