mercoledì 17 novembre 2021

Le note iniziali

Il canto è sempre il solito. Inizia nel modo consueto, riconoscibile, con quell’incedere elegiaco che fin dalle prime battute ce lo fa riconoscere. Diciamo: è lui, e mentre lo diciamo riconoscendolo, esso si adatta alla circostanza, mutando forma e andamento, diventando un’altra cosa. Ma è sempre lo stesso canto, solo che ha cambiato veste. Sotto sotto, si riconosce quella nota triste, come di malattia o di infortunio, nota tipica di certe lamentazioni di profeti: un incedere lento, senza intoppi, che subito incontra dei gradini, delle scale, alcuni mutamenti di luce – ed ecco che sotto i nostri occhi si è trasformato fin quasi a non riconoscerlo. Ma è sempre lui: è un canto che s’intona nelle più disparate circostanze della vita, tanto che esso non è conosciuto con un nome quale potrebbe essere, ad esempio, Canto di vittoria, oppure Canto di nozze, ma con un più generico e sotto certi versi più preciso nome di Canto, nome che non viene nemmeno proferito perché, se detto, sarebbe coperto dalla voce stessa che emette le note modulando il canto.
Ogni volta che si presenta, sin dall’inizio diciamo che è lui, anche se dopo muta andamento. Ad ogni nuova ripetizione, ci avviciniamo di un passo al suo significato. Infatti, noi cantiamo senza parole, perché il canto non ne ha: è una semplice modulazione di note emesse quasi a bocca chiusa, una specie di mugolio molto appassionato e corale. Il senso del canto ci si dischiude nelle sue variazioni. Le prime battute servono a noi per riconoscerlo e aprirgli il cuore e la mente, per permettergli di entrare. Poi, una volta dentro, esso muta, ogni volta è diverso, avvicinandosi così (ma senza mai toccarlo) al senso finale; ma s’avvicina ogni volta soltanto di un passo, di quello che ci permette di non essere travolti dal canto stesso. Il senso di quelle note ci è più chiaro a ogni ripetizione. Sebbene il canto faccia parte delle nostre vite, noi non siamo in grado di prevedere la prossima occorrenza in cui il canto si ripresenterà. Però, quando ciò accade, siamo d’un tratto pronti, e interiormente scattiamo in piedi per accoglierlo pienamente, sperando che anche questa volta ci sarà permesso di saperne qualcosa di più.
Si dice che l’ultimo giorno di vita, proprio nell’attimo dello spegnimento della coscienza individuale, il senso del canto si riveli all’interno del canto stesso in un bisbiglio fatto quasi in orlo d’orecchio al morente, un sussurro che esprime totalmente la vera natura del canto, l’essenza più pura, e tutti i motivi che ad esso sottostanno. I santi saggi discutono spesso di questo che a noi pare una diceria. Essi invece dicono ch’è tutto vero, come se fosse un indizio sicuro di una vita oltre la nostra. Altrimenti, dicono, a che servirebbe ricevere in dono un segreto così importante se fosse inutilizzabile. Dicono anche che l’anima, ormai leggera dopo gli anni trascorsi in questo mondo, abbia bisogno di un peso supplementare per non dissolversi nel Pleroma. 

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