Il canto è sempre il solito. Inizia nel modo consueto,
riconoscibile, con quell’incedere elegiaco che fin dalle prime battute ce lo fa
riconoscere. Diciamo: è lui, e mentre lo diciamo riconoscendolo, esso si adatta
alla circostanza, mutando forma e andamento, diventando un’altra cosa. Ma è
sempre lo stesso canto, solo che ha cambiato veste. Sotto sotto, si riconosce
quella nota triste, come di malattia o di infortunio, nota tipica di certe
lamentazioni di profeti: un incedere lento, senza intoppi, che subito incontra
dei gradini, delle scale, alcuni mutamenti di luce – ed ecco che sotto i nostri
occhi si è trasformato fin quasi a non riconoscerlo. Ma è sempre lui: è un
canto che s’intona nelle più disparate circostanze della vita, tanto che esso
non è conosciuto con un nome quale potrebbe essere, ad esempio, Canto di
vittoria, oppure Canto di nozze, ma con un più generico e sotto certi versi più
preciso nome di Canto, nome che non viene nemmeno proferito perché, se detto,
sarebbe coperto dalla voce stessa che emette le note modulando il canto.
Ogni volta che si presenta, sin dall’inizio diciamo
che è lui, anche se dopo muta andamento. Ad ogni nuova ripetizione, ci
avviciniamo di un passo al suo significato. Infatti, noi cantiamo senza parole,
perché il canto non ne ha: è una semplice modulazione di note emesse quasi a
bocca chiusa, una specie di mugolio molto appassionato e corale. Il senso del
canto ci si dischiude nelle sue variazioni. Le prime battute servono a noi per
riconoscerlo e aprirgli il cuore e la mente, per permettergli di entrare. Poi,
una volta dentro, esso muta, ogni volta è diverso, avvicinandosi così (ma senza
mai toccarlo) al senso finale; ma s’avvicina ogni volta soltanto di un passo,
di quello che ci permette di non essere travolti dal canto stesso. Il senso di
quelle note ci è più chiaro a ogni ripetizione. Sebbene il canto faccia parte
delle nostre vite, noi non siamo in grado di prevedere la prossima occorrenza
in cui il canto si ripresenterà. Però, quando ciò accade, siamo d’un tratto
pronti, e interiormente scattiamo in piedi per accoglierlo pienamente, sperando
che anche questa volta ci sarà permesso di saperne qualcosa di più.
Si dice che l’ultimo giorno di vita, proprio
nell’attimo dello spegnimento della coscienza individuale, il senso del canto
si riveli all’interno del canto stesso in un bisbiglio fatto quasi in orlo
d’orecchio al morente, un sussurro che esprime totalmente la vera natura del
canto, l’essenza più pura, e tutti i motivi che ad esso sottostanno. I santi
saggi discutono spesso di questo che a noi pare una diceria. Essi invece dicono
ch’è tutto vero, come se fosse un indizio sicuro di una vita oltre la nostra.
Altrimenti, dicono, a che servirebbe ricevere in dono un segreto così
importante se fosse inutilizzabile. Dicono anche che l’anima, ormai leggera
dopo gli anni trascorsi in questo mondo, abbia bisogno di un peso supplementare
per non dissolversi nel Pleroma.
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