La nostra lingua era forte e fiera, e credevamo nella
vittoria.
Quando gettammo l’Atomica nelle strade di Londra,
calcolammo la giusta posizione scrivendo i dati con cura su un pezzo di carta,
ripassando la grafia con un pennarello nero affinché nel momento culminante
fosse tutto ben leggibile, con l’aiuto di un’enciclopedia e di quelli che
vennero prima di noi, la cui esperienza era vasta e impareggiabile. Deponemmo
la bomba con grande cura in un cassonetto dei rifiuti. I londinesi di nulla si
accorsero, sebbene ci librassimo con un B-29 a un centimetro dalle loro teste
come una zanzara molesta che depone il suo uovo con cura aiutandosi con pinze e
gru, saggiando ogni centimetro per assicurarsi di un futuro. Tenendo d’occhio
dagli oblò di coda la fiammella letale, fuggimmo con i motori a manetta per
mettere una certa distanza fra noi e quella, seguendo il profilo della città
fino ai bastioni, per poi gettarci rasente al mare, sotto la linea degli
edifici per evitare l’onda d’urto che necessariamente nasce dal fuoco.
Ma la bomba non esplose, o almeno noi non vedemmo
nulla se non una fiammella, quella che deponemmo nel cassone, una fiammella
inutile tanto per distruggere una città quanto per vincere. La città fu rasa al
suolo, però, perché noi, a guerra finita o anche subito dopo, non avemmo più un
posto dove andare, le nostre case se l’erano prese. Alloggiammo perciò presso
uomini curiosi e rozzi, che di ogni loro frase facevano uno scherno; e noi
dovevamo rispondere, muovendoci tutti lazzi e moine (quella lingua non si
poteva parlare in altro modo) con parole che non erano nostre e che spesso li
offendevano: c’è sempre il rischio di essere scacciati.
Vorremmo sapere chi fu il primo a non ammonirvi,
dicevamo. E quelli: Sento che tu adesso stai parlando troppo. Erano questi i
termini dell’ospitalità, ma ogni volta che cercavamo di farci capire, che era
davvero troppo pretendere da noi quell’obbedienza, ecco che la minaccia
ridiventava efficace: Sento che tu adesso stai parlando troppo, dicevano. Ogni
volta cercavamo di ingraziarci le loro donne, che intercedessero per noi, ma
ciò riusciva solo a ritardare il giorno dell’esilio, che per noi vista la
nostra indole sarebbe giunto presto, al limite della sopportazione.
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