mercoledì 3 novembre 2021

Dietro la maschera di Isaia

La nostra lingua era forte e fiera, e credevamo nella vittoria.
Quando gettammo l’Atomica nelle strade di Londra, calcolammo la giusta posizione scrivendo i dati con cura su un pezzo di carta, ripassando la grafia con un pennarello nero affinché nel momento culminante fosse tutto ben leggibile, con l’aiuto di un’enciclopedia e di quelli che vennero prima di noi, la cui esperienza era vasta e impareggiabile. Deponemmo la bomba con grande cura in un cassonetto dei rifiuti. I londinesi di nulla si accorsero, sebbene ci librassimo con un B-29 a un centimetro dalle loro teste come una zanzara molesta che depone il suo uovo con cura aiutandosi con pinze e gru, saggiando ogni centimetro per assicurarsi di un futuro. Tenendo d’occhio dagli oblò di coda la fiammella letale, fuggimmo con i motori a manetta per mettere una certa distanza fra noi e quella, seguendo il profilo della città fino ai bastioni, per poi gettarci rasente al mare, sotto la linea degli edifici per evitare l’onda d’urto che necessariamente nasce dal fuoco.
Ma la bomba non esplose, o almeno noi non vedemmo nulla se non una fiammella, quella che deponemmo nel cassone, una fiammella inutile tanto per distruggere una città quanto per vincere. La città fu rasa al suolo, però, perché noi, a guerra finita o anche subito dopo, non avemmo più un posto dove andare, le nostre case se l’erano prese. Alloggiammo perciò presso uomini curiosi e rozzi, che di ogni loro frase facevano uno scherno; e noi dovevamo rispondere, muovendoci tutti lazzi e moine (quella lingua non si poteva parlare in altro modo) con parole che non erano nostre e che spesso li offendevano: c’è sempre il rischio di essere scacciati.
Vorremmo sapere chi fu il primo a non ammonirvi, dicevamo. E quelli: Sento che tu adesso stai parlando troppo. Erano questi i termini dell’ospitalità, ma ogni volta che cercavamo di farci capire, che era davvero troppo pretendere da noi quell’obbedienza, ecco che la minaccia ridiventava efficace: Sento che tu adesso stai parlando troppo, dicevano. Ogni volta cercavamo di ingraziarci le loro donne, che intercedessero per noi, ma ciò riusciva solo a ritardare il giorno dell’esilio, che per noi vista la nostra indole sarebbe giunto presto, al limite della sopportazione.

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