mercoledì 10 novembre 2021

Verso sud

La villa è immersa nella campagna. Arrivarci è difficile senza una guida, e il paesaggio è così privo di indizi che è difficile dire la strada che si è appena fatta, o come si è giunti fin lì.
L’ingresso è al primo piano: una lunga scala affiancata al muro conduce alla porta. L’insieme è molto rustico, visto dall’esterno. Dentro, s’immaginano tutti gli agi della modernità. Lungo la scala stanno salendo i bambini, in silenzio, la schiena curva nel buffo atteggiamento di chi non vuole farsi vedere. Cercano di stanare il mostro. Sotto, nelle cantinette, gli adulti discutono oziosamente di vecchie questioni, sempre buone per un’ora di conversazione spigliata; chi non vuole sottostare a quel rito può starsene in pena per i bambini: fra poco saranno divorati al posto nostro, e di ciò nulla ci rimorde. È normale star qui a rivangare ricordi e collere in cui imbozzolarsi e trovare un’identità. Fra quelli, c’è il caso di ritrovare qualche vecchia conoscenza perduta nel tempo (sembra strano, ma è proprio lei, sebbene non la si sappia distinguere dal resto) ma non c’è gioia nel ritrovamento, solo un po’ di sorpresa e parecchio disappunto. Nulla in confronto all’angoscia del mostro quando ci rubava perfino il letto in quei pochi momenti in cui ci alzavamo per sgranchirci le membra colpite dall’orribile male. Orribile non per sé, ma perché ci costringeva all’isolamento. Eppure, quanti propositi su quell’assenza, e quanto li rinneghiamo oggi, mandando i bambini allo sbaraglio mentre noi ci stordiamo di discorsi inutili. Ma è questo il modo della villa di campagna, come fosse una avventura. Del resto, noi avremmo finito per vantarci di fronte a lui. 

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