La villa è immersa nella campagna. Arrivarci è
difficile senza una guida, e il paesaggio è così privo di indizi che è
difficile dire la strada che si è appena fatta, o come si è giunti fin lì.
L’ingresso è al primo piano: una lunga scala affiancata
al muro conduce alla porta. L’insieme è molto rustico, visto dall’esterno.
Dentro, s’immaginano tutti gli agi della modernità. Lungo la scala stanno
salendo i bambini, in silenzio, la schiena curva nel buffo atteggiamento di chi
non vuole farsi vedere. Cercano di stanare il mostro. Sotto, nelle cantinette,
gli adulti discutono oziosamente di vecchie questioni, sempre buone per un’ora
di conversazione spigliata; chi non vuole sottostare a quel rito può starsene
in pena per i bambini: fra poco saranno divorati al posto nostro, e di ciò
nulla ci rimorde. È normale star qui a rivangare ricordi e collere in cui
imbozzolarsi e trovare un’identità. Fra quelli, c’è il caso di ritrovare
qualche vecchia conoscenza perduta nel tempo (sembra strano, ma è proprio lei,
sebbene non la si sappia distinguere dal resto) ma non c’è gioia nel
ritrovamento, solo un po’ di sorpresa e parecchio disappunto. Nulla in
confronto all’angoscia del mostro quando ci rubava perfino il letto in quei
pochi momenti in cui ci alzavamo per sgranchirci le membra colpite
dall’orribile male. Orribile non per sé, ma perché ci costringeva
all’isolamento. Eppure, quanti propositi su quell’assenza, e quanto li
rinneghiamo oggi, mandando i bambini allo sbaraglio mentre noi ci stordiamo di
discorsi inutili. Ma è questo il modo della villa di campagna, come fosse una
avventura. Del resto, noi avremmo finito per vantarci di fronte a lui.
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