Bice ha un paio d’occhi anche nel naso. Ha la fronte
rugosa segnata da tre linee verticali, come se tre dita roventi l’avessero
ustionata. Quando è stanca, si acciambella sul fondo di un bidone pieno di
soluzione acida, e dorme come fosse un sassolino in fondo a un lago, o un gatto
morto, più come il secondo quando la si tira fuori ancora rigida: la si deve
far sgocciolare, a rianimarsi ci pensa da sé.
Da quando ci siamo trasferiti, le stanze a nostra
disposizione sono diminuite assai di numero, e ora ognuno conosce l’altro sin
nei più piccoli dettagli imbarazzanti. Che Bice fosse diversa lo sospettavamo,
ma non avremmo osato spingerci fino a questo punto nel nostro immaginare.
Dev’essere di un’altra razza, di un altro pianeta addirittura. Però ci è utile:
lavora senza sosta e senza lamentarsi, le sue opere sono nette, senza difetti.
Non parla quasi, e si aggira accigliata scrutando tuto come se fosse una strega
nella sua cucina, e ci azzecca sempre.
Nel tinello si ammassano le macchine: dodici pile
sovrastate dagli accumulatori grossi come armadi mandano avanti la produzione.
Li abbiamo scelti in base alla grandezza, altrimenti non avremmo potuto nemmeno
entrare in casa. Le altre stanze, quelle di un tempo, sono rimaste nell’altra
casa. Qui non ce ne sono di più.
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