Non c’è da raccontare la grandiosità delle cose,
stupefacente fino all’osso; c’è solo da raccontare come si ricominciasse ogni
volta da capo, ignari perfino dell’alfabeto, dicendo le prime cose che
s’incontrano con le parole più facili, che vengono subito in mente. Così, se si
sta camminando per le vie di una città sconosciuta o che non si sa riconoscere,
ed è sera tardi, è proprio questo che si deve dire. E se poi in quelle strade
non si incontra nessuno, sebbene non sia così tardi da non incrociare gente per
via, è ancora quello, che va raccontato. C’è una bambina di quattro anni che
sta salendo le scale all’interno di un casamento? Anche se non è chiaro il
motivo per cui sappiamo con sicurezza l’età di quella bambina, è quello che si
ha da scrivere.
Se sappiamo di quei quattro anni sarà perché li
abbiamo vissuti, anche senza accorgersene. La bambina si volta verso di noi di
tre quarti, mentre sta ancora salendo i gradini e ci informa: Sto
all’undicesimo. E questo noi diciamo nel resoconto, senza per il momento
approfondire le ragioni che stanno dietro a quel numero: li si scoprirà certo
più tardi, con agio, quando saremo arrivati all’undicesimo piano, rampa dopo
rampa di quei gradini che ancora stiamo salendo con il favore della luce
elettrica, che continua a rimanere accesa e non ci abbandona al buio
sconosciuto di quel palazzo. La vita è una cosa molto strana: se uno vuole
conoscere i motivi di ogni cosa in anticipo al tempo in cui dovrebbe viverli,
non ottiene altro che sfarinamento. Si crede che la conoscenza anticipata ci
dia un vantaggio, ma in verità è proprio l’opposto, perché non ci dà modo di
apprezzare l’atto nel momento in cui ci passa davanti: lo si vorrebbe mangiare
tutto intero prima che arrivi, ma il continuo sforzo ci gonfia le gote sì che
in bocca non c’è più posto per altro, in gola non c’è più alcun gusto.
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