Ai tempi, sarà di certo capitato che Giacobbe o Esaù,
o anche entrambi, spinti fuori dal letto dai dèmoni notturni, i quali producono
un’insonnia angosciosa a sopportarsi conducendo a un’azione inconsulta (i
diavoli, là, sono particolarmente persistenti), si ritrovassero all’aperto, nel
buio delle steppe, a orinare, e a misurare la potenza dei loro getti, comparando
la durata il flusso e la grossezza dei membri (e quanto grossi dovettero essere
lo si capisce dalla stirpe a cui hanno dato vita). Possiamo anche spingerci a
immaginare i pensieri di ciascuno dei due nel maneggiare affari di così grande
lunghezza: a quei tempi, l’organo sessuale non era considerato sacro in quanto
organo della procreazione, ovvero della perpetuazione del genere umano, ma solo
uno strumento di piacere e mezzo esecutivo per una lunga buona pisciata che
allagasse il terreno fino allo straboccamento: dava piacere e senso di potenza,
due cose adattissime ad annullare l’effetto di quei draghi notturni, perniciosi
e insistenti.
Li vediamo indaffarati a misurarsi per vedere a chi
vada la vittoria. E vediamo anche loro padre Isacco, che silenzioso alle loro
spalle si alza e dice, mezzo imbarazzato e adirato, come se quel gioco lo
conoscesse bene anche lui e adesso se ne vergognasse alquanto: Che cosa fate?
Allora i due figli, rinfoderato l’organo, o anche nudi
così com’erano, grandi e grossi, se ne tornano alla tenda a capo chino, e senza
guardarsi indietro, sperando di riprendere sonno.
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