mercoledì 12 gennaio 2022

Vermi

A quei tempi, la decadenza dei costumi era già a buon punto. Nei giorni di festa si usava mangiare una sorta di stufato con patate, abbondante, mantenuto caldissimo in piatti speciali. Si apparecchiava la tavola con cura, i posti degli uomini da un lato, le donne dall’altro (i bambini si sedevano al lato a seconda del sesso a cui appartenevano) in mezzo alla tovaglia bianca di lino si ponevano due gatti orientati uno in senso opposto all’altro; poi ci si metteva a mangiare, pescando con la forchetta dal piatto i pezzi migliori e più grandi, alimentando con quelli i due animali che, fra un’imboccata e l’altra, miagolavano impazienti. Dopo il pranzo, di cui rimaneva nei piatti il sugo speziato che freddo era immangiabile, d’un colore poco invitante e di scarso valore nutritivo, si usava far musica, con i fiati infetiditi da quel cibo. Il pranzo stimolava l’attività artistica, e tutti erano a quel tempo capaci di suonare uno strumento, s’intende suonare insieme agli altri, il che significa produrre suoni e ascoltare. Così, con quell’ombra di fogna nella gola, si dava fondo alla musica con flauti, percussioni, elastici pizzicati, canne di bambù traforate, pentoloni, tutti oggetti di fortuna recuperati in cucina, nelle vicinanze dl tavolo centrale della stanza, trovati lì attorno ma dotati di altissima consonanza e musicalità. Quei concertini duravano il tempo necessario a esaurire l’argomento, cioè a sviluppare appieno il tema nato da quell’improvvisazione e portarlo a compimento, senza sbavature e con tono elegante, proprio come si racconta una storia con un inizio uno svolgimento coerente alle premesse e una conclusione.
Al termine del pranzo festivo era uso fare una gita nelle vicinanze della città: vi erano mare, monti, arte, campagna. A quel tempo, pioveva poco, e quando accadeva subito il sole usciva ad asciugare tutto, così era sempre l’ora di partire. Si andava fuori spesso, certo, ma altrettanto spesso si restava in casa a far qualcosa di avvincente: un libro da finire, un quadro da concludere, alcune foto da riordinare, qualche poesia da correggere o comporre. Ci si abbandonava un po’ al triste dilemma se andare o restare, e triste lo facevamo diventare noi mettendola in quel modo. In verità, fra andare e venire non c’erano differenze, e si faceva volentieri tanto l’una che l’altra cosa. I bambini erano felici, abbastanza spensierati da crescere armoniosamente. I loro corpi traboccavano dai vestiti, che non riuscivano a contenerli. C’era sempre qualche punto del corpo non tenuto da conto e che spuntava fuori ammiccando, ma anche quello era un segno di salute e benessere. Quei bambini erano gentili, e capivano tutto quello che gli si diceva senza mai sbagliarsi sul senso delle parole e delle cose. Ci volle quel tempo perché quella fase finisse, ingoiata dal flusso della storia, ma qualcosa di quell’epoca dura ancora oggi: la fame, e il dilemma. Quelli son rimasti, tutto il resto si è trasformato.

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