A quei tempi, la decadenza dei costumi era già a buon
punto. Nei giorni di festa si usava mangiare una sorta di stufato con patate,
abbondante, mantenuto caldissimo in piatti speciali. Si apparecchiava la tavola
con cura, i posti degli uomini da un lato, le donne dall’altro (i bambini si
sedevano al lato a seconda del sesso a cui appartenevano) in mezzo alla
tovaglia bianca di lino si ponevano due gatti orientati uno in senso opposto
all’altro; poi ci si metteva a mangiare, pescando con la forchetta dal piatto i
pezzi migliori e più grandi, alimentando con quelli i due animali che, fra
un’imboccata e l’altra, miagolavano impazienti. Dopo il pranzo, di cui rimaneva
nei piatti il sugo speziato che freddo era immangiabile, d’un colore poco
invitante e di scarso valore nutritivo, si usava far musica, con i fiati
infetiditi da quel cibo. Il pranzo stimolava l’attività artistica, e tutti
erano a quel tempo capaci di suonare uno strumento, s’intende suonare insieme
agli altri, il che significa produrre suoni e ascoltare. Così, con quell’ombra
di fogna nella gola, si dava fondo alla musica con flauti, percussioni,
elastici pizzicati, canne di bambù traforate, pentoloni, tutti oggetti di
fortuna recuperati in cucina, nelle vicinanze dl tavolo centrale della stanza,
trovati lì attorno ma dotati di altissima consonanza e musicalità. Quei
concertini duravano il tempo necessario a esaurire l’argomento, cioè a
sviluppare appieno il tema nato da quell’improvvisazione e portarlo a
compimento, senza sbavature e con tono elegante, proprio come si racconta una
storia con un inizio uno svolgimento coerente alle premesse e una conclusione.
Al termine del pranzo festivo era uso fare una gita
nelle vicinanze della città: vi erano mare, monti, arte, campagna. A quel
tempo, pioveva poco, e quando accadeva subito il sole usciva ad asciugare
tutto, così era sempre l’ora di partire. Si andava fuori spesso, certo, ma
altrettanto spesso si restava in casa a far qualcosa di avvincente: un libro da
finire, un quadro da concludere, alcune foto da riordinare, qualche poesia da
correggere o comporre. Ci si abbandonava un po’ al triste dilemma se andare o
restare, e triste lo facevamo diventare noi mettendola in quel modo. In verità,
fra andare e venire non c’erano differenze, e si faceva volentieri tanto l’una
che l’altra cosa. I bambini erano felici, abbastanza spensierati da crescere
armoniosamente. I loro corpi traboccavano dai vestiti, che non riuscivano a
contenerli. C’era sempre qualche punto del corpo non tenuto da conto e che
spuntava fuori ammiccando, ma anche quello era un segno di salute e benessere.
Quei bambini erano gentili, e capivano tutto quello che gli si diceva senza mai
sbagliarsi sul senso delle parole e delle cose. Ci volle quel tempo perché
quella fase finisse, ingoiata dal flusso della storia, ma qualcosa di quell’epoca
dura ancora oggi: la fame, e il dilemma. Quelli son rimasti, tutto il resto si
è trasformato.
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