Entrare nella casa, è facile; uscire, invece, è difficile, si deve fare la coda.
È casa mia, dove ci sono gli affetti più cari, io abito qui, al piano il secondo o il terzo. Non è la mia casa, è un ospedale che di notte si riempie di visitatori che cercano di vedere i degenti, i malati, i dottori; non è un ospedale, è un museo in cui tutti vogliono entrare per vedere la mostra di nuovissime opere d’arte; non è un museo, è la Banca Nazionale, il cui atrio si riempie durante il giorno di postulanti che poi quando arriva la sera non vogliono andarsene perché fuori fa freddo e sempre sperano di salire; non è la Banca Nazionale, è un orfanotrofio, dove i bambini indesiderati sono gettati nella ruota e fatti girare, nella speranza che trovino qualcuno che li accudisce, e questi che si accalcano sono i genitori che quei bambini li lanciano; non è un orfanotrofio, è un cinema dove è proiettato un film vecchio ma ancora attuale, e questi cercano di fare il biglietto; non è un cinema, ho detto che è casa mia, e ogni volta che devo uscire, che voglio uscire, devo superare questo muro di folla che si accalca nell’atrio, e non importa quanto io attenda la notte nella speranza di non trovarmi fra questa gente che mi ostacola, la folla è sempre qui, e non fanno neppure la fila.
Una volta che sono uscito, scendo le scale che danno sulla piazza scendendo a destra, lungo il muro esterno dell’edificio, nel buio ormai sicuro di me stesso, sicuro che nulla mi potrà più colpire. Nel buio, finalmente da solo, fischietto una vecchia canzone, dirigendomi dove so io, totalmente confortato dalle strade familiari.
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