Belve e bestie sono dappertutto: non si sa come distinguerle, si sa solo che le une vanno a quattro zampe e sono feroci - anzi, lo sarebbero, se non fossero tenute a bada dalle altre, che invece stanno ritte su due zampe, indossano abiti e a occhio paiono meno minacciose. I loro musi sono allungati, coperti di peluria: hanno occhi al cui sguardo non si resiste, e un’espressione distante. Ormai non è possibile non incontrarli, ovunque si vada ci sono anche loro, con le bestie tenute libere, che si avvicinano a noi con il muso basso come per annusare, come per sentire di che odore siamo fatti - e il subitaneo richiamo del padrone, consanguineo (forse), fa sì che si allontanino da noi, che smettano di farci paura con quel movimento della testa.
Che cosa li differenzia, belve e bestie, a parte l’andatura? Che siano meno feroci è soltanto una chiacchiera, e per convincersi del contrario basta guardarli negli occhi - se ci si riesce. Non si può fare un passo che esse son lì ad attenderci: fuori dal luogo di lavoro, al tempio, alla scuola, per strada poi non ne parliamo. Ormai si vive in un costante stato di minaccia, una minaccia mai resa esplicita, che aleggia come il terrore di essere divorati da un attimo all’altro. È evidente che la nostra presenza li disturba e li annoia; lo si nota dal modo in cui, se interpellati, si staccano dalle loro occupazioni per darci retta: lo fanno controvoglia, come per un dovere.
Da dove siano giunti, non si sa. Ce li siamo trovati come d’improvviso, e subito, guardandoli, abbiamo capito in che modo dovevamo comportarci con loro. Siamo ancora noi, i padroni? -, ci diciamo. Certo, ci lasciano andar liberi, non abbiamo nessun obbligo verso di loro; ma la loro presenza ci opprime in un modo che è difficile spiegare. Già il fatto che dobbiamo trattenerci dal parlare, è una cosa che fa pensare al peggio. Essi, del resto, non ci dicono nulla, né ci rimproverano: si limitano a guardarci - se mai lo fanno, perché pare proprio che avere a che fare con noi provochi in loro un disgusto irrefrenabile. Quando parlano, non pronunciano che una o due parole incomprensibili all’indirizzo delle bestie, come per richiamarle, distogliendole dall’insano interesse che hanno per il nostro odore. Per noi, non una parola, né di minaccia né di scuse.
A ben vedere, a due o a quattro zampe, queste belve o bestie sono identiche fra loro, sono tutte la stessa cosa, rispondono tutte al medesimo ordine: qual è la parola in grado di farle esplodere, di farle saltare in aria? Ce la siamo dimenticata, non ce n’è più traccia, non c’è modo neppure di ritrovarla, né di sapere se ci sia mai stata. Non c’è modo nemmeno di ritirarsi nella distanza, perché non esiste luogo in cui esse non siano già.
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