Si deve ad Athanas Zölst, il famoso naturalista, la scoperta del cosiddetto plancton anfibio. Questo, è formato da: larve, girini, piccoli scorpioni albini e esseri non ancora ben formati, che il forte vento spazza via dai luoghi naturali, depositandolo - quando il vento notturno è stato davvero forte - sulle pietre laviche dei gradini fuori dal portone, sulle pietre grigie dell’entratura, sui marmi capitolati degli anditi e dei corridoi bui, sugli infissi e le mensole in pietra serena delle finestre, sulle porte di legno, su tutto ciò che è freddo e oscuro.
Il plancton anfibio, ricordiamo che il nome plancton deriva dal greco e significa: qualcosa che erra senza fissa dimora (ed errare è qui inteso nel duplice senso di commettere un errore e di andare alla deriva), è formato da esseri semi-viventi, ancora imprigionati in una biologia elementare dai movimenti rigidi, in forme senza colore né consistenza. Depositandosi sul freddo sasso presente nelle nostre case, privati dell’habitat a loro consono, questi corpuscoli impediscono il passaggio in quanto sdrucciolevoli, e minacciosi ci appaiono in quella insensatezza così peculiare: un qualsiasi passo può schiacciarli, e chi sa che cosa accadrebbe poi.
Si raggruppano in strane costellazioni, che acquistano iridescenze particolari quando tutto diventa chiaro con il sole del mattino, dai raggi radenti: i bambini sono ogni volta affascinati dallo spettacolo di colore, ed è un colore riflesso perché quegli animaletti non possiedono nulla che appartiene al visibile. Si affollano ai bordi delle pozze, e passerebbero ore a commentare fra loro, con le frasi più belle e fantasiose, le pulsazioni e i movimenti che appaiono alla superficie. Sono indubbiamente vivi, a giudicare da quelle variazioni, vivi di una vita impoverita e ridotta al minimo, una vita che si sposta da un polo all’altro con un movimento come di orologio, fatto di scatti che passano da qui a lì senza stazioni intermedie. Per liberare il passaggio per i nostri bambini, perché debbono pur uscire e andare a scuola, montiamo delle passerelle, sgomberando così il passaggio.
Athanas Zölst ci ha lasciato, nel suo Bestiario, una bella raffigurazione di questo plancton anfibio, che egli però chiama “krill“, forse confondendosi con altro. I colori con cui lo disegna sono quelli dell’aldilà della vita, di una vita essiccata o sul punto di farlo, una vita che si è ridotta alle minime pulsazioni di chi non ha scelta. Oggi noi sappiamo che le vittime del vento notturno non hanno altro destino che allietare i nostri figli al mattino presto, prima che vadano a scuola. È una bella lezione, per loro, e il fatto che Zölst ne abbia parlato nella sua opera ci dà la possibilità, alla sera, quando i bambini sono rincasati e noi possiamo dedicare loro del tempo, quel tempo che si meritano per essere stati bravi ed obbedienti, di raccontare di come Zölst scoprì questi animaletti, di come pazientemente li studiò catalogandoli, facendo con essi la stessa cosa che i nostri genitori fecero con noi; e se siamo così fortunati da avere in casa una copia del Bestiario, copia rara e ormai squadernata per l’uso ripetuto, copia che ormai è ridotta ad un ammasso di fogli senza più alcun ordine, potremo corroborare il nostro dire confrontandolo con quelle meravigliose illustrazioni, ricche di dettagli, diagrammi e informazioni.
Dobbiamo tenere a bada le voci interiori che ci impongono di non toccare nulla, di non modificare e lasciare tutto così com’è; dobbiamo superare le resistenze che ci bloccano nei gesti. C’è una certa ostentazione nel modo in cui noi, pareggiando quei fogli per metterli in ordine, ricostituiamo l’antica parvenza del Bestiario: le sue pagine limpidamente illustrate sono ora mischiate con tutt’altro genere di fogli: ritagli di giornale, pagine di riviste illustrate delle più disparate, biglietti usati del tram o di museo (e quanto tempo è che non si va al museo, uno qualsiasi, non lo si sa nemmeno più; e com’è possibile penetrare il senso di quest’Opera così multiforme, opera che non sta nemmeno più insieme, che non riesce più a reggersi sulle sue gambe; ed ogni volta ci diciamo che lo dobbiamo fare per loro, per avere qualcosa da raccontare al riguardo, per potergli dire qualcosa a proposito di quegli animaletti invisibili), fogli di quaderno strappati a quaderni antichi su cui scrivemmo le nostre impressioni su qualche fatto dimenticato, pagine di cataloghi, liste, cartamodelli, prezzari, carte da gioco - tutto ciò che è cartaceo trova rifugio nel Bestiario di Athanas Zölst, perché tutto ciò che è carta è legato, in un modo che a noi risulta ancora oscuro, ma che però è istintivamente sentito, alla comparsa e all’osservazione del plancton anfibio.
Tutte le carte del mondo trovano ricetto in quell’astuccio, e questo è l’unico modo per salvarci dal veleno asfissiante che promana dalle inspiegabili cose che ci circondano; è l’unica maniera possibile, o almeno per noi immaginabile, che abbiamo per raccontare ai nostri figli la storia nel modo corretto, nel modo in cui le cose sono davvero andate, prima che, attratte dall’odore di decomposizione, arrivino le mosche a corrompere ogni cosa con le loro menzogne.
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