-
…ma caro signore, io sono venuto fin qua, ed è ben lontano da casa mia, e sono
rimasto con lei per tutto questo tempo, otto ore mi paiono un tempo sufficiente
ad attestare la mia disponibilità nei suoi confronti, perché speravo di poter
assistere con lei al concerto di stasera. E ora lei mi dice che non ci sarà, e
questa decisione - a suo dire - risale addirittura al momento preciso in cui mi
ha proposto di restare, nell’attimo in cui mi ha invitato; dovrei dunque
sorbirmi tre ore di un concerto di cui nulla mi importa senza di lei? È un ben
strano modo di comportarsi, verrebbe quasi la voglia di contrastare una tale
negligenza, rifiutandomi a mia volta di assistere allo spettacolo.
Essi
lo guardano senza parlare, esibendo i loro sentimenti invece di viverli, come
se si aspettassero da un attimo all’altro la confutazione di quel detto, una
confutazione affrettata e sincera nelle intenzioni.
-
Sono stato con lei per tutto questo tempo, gingillandomi con un pensiero
privato che mi aiutasse a valicare le ore, sottostando ai suoi assurdi giochi
che avevano lo scopo di allontanarmi (e il trucco di mandarmi in perlustrazione
là dove tra poco dovremo andare tutti, un luogo facile da trovare per le
chiarissime indicazioni stradali, senza possibilità di errore, è un trucco che
mostra senza vergogna la sua facciata di trucco, di espediente, di idea gettata
lì senza convinzione, un’idea che mi tolga di mezzo per un po’, nel tempo in
cui lavorate) alleggerendo la scena dalla mia presenza: giochi a cui io ho
risposto con sdegno, denunciandoli tacitamente, quei tentativi, come puerili,
soltanto con il tono della mia voce che altro diceva, tono che quando vuole sa
essere molto più che antipatico. Tutto questo io lo feci confidando nella sua
presenza, che mi avrebbe allietato assai; e ora io scopro invece che
quell’intenzione non era che nella mia testa, ridotta ad immaginazione, senza
dimensioni né consistenza. Basta con questo, io me ne vado! -
Egli
percorre una città deserta, con il sole a picco. I rari passanti non si spostano
al suo passaggio, è lui che deve lasciare il passo, ma lo fa volentieri, quasi
senza pensarci, con grande dedizione, immerso com’è in una fantasticheria
privata, un’anticipazione del desiderio. Egli ha la stessa forza aliena di una
rondine che, errando nel suo volo, si schianti nella vostra stanza: voi la
guardate, nera e inspiegabile, e non vi decidete a prenderla per ridarle il
volo. Non la riconoscete per quella che è, scambiandola per un insetto
sconosciuto, indietreggiando per l’orrore: essa non è che una rondine, sta a
voi farvi forza per superare la paura e agire di conseguenza. Non capita anche
a voi di parlare di cose che certamente vi accadranno in futuro? Comportatevi
dunque con criterio.
È
felice di lasciare il passo agli altri; par che dica: vedete, io non mi sforzo
di restare sui due piedi, piantato in una posizione sfrontata che fa deviare
gli altri dal loro cammino; io mi sposto volentieri, e lascio altrettanto
volentieri il mio passo, che non val nulla, anche se la strada è stretta, protetta
da parapetti da entrambi i lati. Mi appiattisco come un danzatore addossandomi
al muro sbrecciato del soprappasso della ferrovia, alto sulla città deserta.
Fittizi sono, questi luoghi a me cari, e lascio passare tutti, anche quelli che
a una prima occhiata mostrano un fare tumultuoso, un fare a malapena tenuto a
bada: mi si fanno incontro ricche di quel timore che gli fa domandare se li
lascerò passare. Ma si capisce, che vi lascerò passare, perché io ho un dono
segreto, che mi attende al chiuso di una stanza segreta anch’essa, una stanza
che io custodisco all’ultimo piano della mia casa.
La
stanza di lei all’ultimo piano, nell’unica stanza ricavata sotto il tetto. Va
su e giù per le scale di legno - dove le avrà mai viste prima, quelle scale? -
accarezzando il letto vuoto, in attesa del suo ritorno. Egli fa il custode
della casa silenziosa, ch’è tutta sua, la casa, tutta, anche ciò che non c’è.
Egli va su e giù per quelle scale armato di un batticarne, che tiene appeso
alla cintola, e che rivela la sua presenza nel movimento riflesso dell’andar su
e giù per quelle scale di legno, come se soltanto l’andirivieni riuscisse a
calmarlo: deve sincerarsi con l’occhio che tutto vada bene, assestando le cose
con piccoli tocchi di polpastrello, allontanandosi subito dopo come se si
vergognasse di quell’armeggiare leggero, discendendo le scale con attenzione -
sono scale a muro - per poi risalirle una volta arrivato da basso. Nulla riesce
a trattenerlo in un luogo: se è lì deve andar di sopra per controllare, e una
volta sopra si accorge che non c’è nulla da controllare, vergognandosi
follemente di profanare quella stanza con la sua presenza, e di cedere a quel
desiderio di toccare.
Però,
soltanto il salire e lo scendere quelle scale lo riempie di gioia, quello e lo
scrutare il mondo dalla finestra rotonda che lassù si trova: da lì scandaglia
il panorama, pregustando il momento in cui con piccoli tocchi impalpabili
sistemerà un’invisibile piega nel tessuto del quadro, avvicinando la realtà
alla perfezione, quel tipo di perfezione che tutte le cose mute hanno.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.