I
due pesci rossi, librandosi sopra la vasca priva d’acqua, spalancando le
bocche, cercano di trarre ossigeno dall’aria. È difficile agguantare i pesci
mentre sono in aria: non si sa come avvicinare le mani. Se fossero nell’acqua
sarebbe più semplice. È una visione che blocca i muscoli, si ha paura di
muoversi per vedersela sgretolare sotto l’urto delle intenzioni.
-
Stupidi pesci, che non sapete nemmeno voi cosa siete! Vi librate in aria come
grosse mosche azzurre e invece siete rossi, e date nell’occhio non solo per
quello ma perché siete pesci, e non volate, o almeno non dovreste: che cosa vi
ha spinto a mutare opinione cosi repentinamente? Su di voi, s’intende
l’opinione, che vi dà a intendere che potete librarvi come colibrì. Iridescenti
lo siete già, e le vostre pinnine sono simili ad ali vibratili e ronzanti. Ma
son le vostre bocche a fare impressione! Sono come piccole vagine di donna
offerte al dito che le uncinerà, sono orifizi che vibrano vogliosi di aria, di
quell’aria che si trova soltanto nell’acqua. Rassomigliate a quel filosofo
dell’eterno ritorno, o meglio alla serva che lo interpreta a modo suo. Essa
diceva un sacco di cose, ma le diceva dal suo punto di vista, cari pesci miei,
un punto che è assai più basso di quello del filosofo. Non diceva nulla di
nuovo, la serva, ma anche io che son maestro e dovevo educarla non sapevo
spiccicare parola al riguardo. Le vostre boccucce aperte orlate di denti mi
danno l’idea di voragini entro cui l’occidente tramonta.
-
No, questo non va bene -, dice la serva, - non si capisce più nulla se dice
così.
-
Stai zitta, che per te Kafka è grande solo perché lo dicono gli altri.
-
Io non capisco -, dice la serva, - come si possano dire certe cose: sono
discorsi fuori dal mondo, uno che parla così non sa che cos’è la vita, non sa
nulla di ciò che si deve dire e di come lo si deve dire; prendiamo anche solo
il titolo: molto meglio sarebbe stato “la volontà del ritorno”.
-
E dunque -, dice il maestro, - ti credi d’esser tanto saggia da sapere perfino
come suggellare questi detti con un titolo.
-
Era malato, di certo era malato -, dice lei, - non poteva che essere malato,
perché solo uno che sta male così tanto da non vedere la realtà può dire certe
cose.
.
Taci, tu -, dice il maestro, - che ne sai di quello che volle dire? Egli
raccontò di come la sua percezione plasmò il corso delle cose, di come
quell’occhio mutò l’aspetto della realtà, e di come quella realtà fece presa
sul suo essere. Egli vide qualcosa e non poté fare a meno di somigliarle;
diventò quella cosa e vide più chiaramente di quanto gli fosse stato concesso
in origine. Hai forse anche tu visto quelle cose? L’hai forse come me studiato
a fondo? Tu non sei che una serva.
Ma
lì, è tutto un movimento convulso: mettere l’acqua nella vasca e rigettarli è
tutt’uno, un’azione svolta con velocità, ansia e malgarbo. Non è più il caso di
essere diligenti: è uno spettacolo terrificante, non si sa come avvicinarsi.
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