mercoledì 24 gennaio 2018

Eterna potenza

I due pesci rossi, librandosi sopra la vasca priva d’acqua, spalancando le bocche, cercano di trarre ossigeno dall’aria. È difficile agguantare i pesci mentre sono in aria: non si sa come avvicinare le mani. Se fossero nell’acqua sarebbe più semplice. È una visione che blocca i muscoli, si ha paura di muoversi per vedersela sgretolare sotto l’urto delle intenzioni.
- Stupidi pesci, che non sapete nemmeno voi cosa siete! Vi librate in aria come grosse mosche azzurre e invece siete rossi, e date nell’occhio non solo per quello ma perché siete pesci, e non volate, o almeno non dovreste: che cosa vi ha spinto a mutare opinione cosi repentinamente? Su di voi, s’intende l’opinione, che vi dà a intendere che potete librarvi come colibrì. Iridescenti lo siete già, e le vostre pinnine sono simili ad ali vibratili e ronzanti. Ma son le vostre bocche a fare impressione! Sono come piccole vagine di donna offerte al dito che le uncinerà, sono orifizi che vibrano vogliosi di aria, di quell’aria che si trova soltanto nell’acqua. Rassomigliate a quel filosofo dell’eterno ritorno, o meglio alla serva che lo interpreta a modo suo. Essa diceva un sacco di cose, ma le diceva dal suo punto di vista, cari pesci miei, un punto che è assai più basso di quello del filosofo. Non diceva nulla di nuovo, la serva, ma anche io che son maestro e dovevo educarla non sapevo spiccicare parola al riguardo. Le vostre boccucce aperte orlate di denti mi danno l’idea di voragini entro cui l’occidente tramonta.
- No, questo non va bene -, dice la serva, - non si capisce più nulla se dice così.
- Stai zitta, che per te Kafka è grande solo perché lo dicono gli altri.
- Io non capisco -, dice la serva, - come si possano dire certe cose: sono discorsi fuori dal mondo, uno che parla così non sa che cos’è la vita, non sa nulla di ciò che si deve dire e di come lo si deve dire; prendiamo anche solo il titolo: molto meglio sarebbe stato “la volontà del ritorno”.
- E dunque -, dice il maestro, - ti credi d’esser tanto saggia da sapere perfino come suggellare questi detti con un titolo.
- Era malato, di certo era malato -, dice lei, - non poteva che essere malato, perché solo uno che sta male così tanto da non vedere la realtà può dire certe cose.
. Taci, tu -, dice il maestro, - che ne sai di quello che volle dire? Egli raccontò di come la sua percezione plasmò il corso delle cose, di come quell’occhio mutò l’aspetto della realtà, e di come quella realtà fece presa sul suo essere. Egli vide qualcosa e non poté fare a meno di somigliarle; diventò quella cosa e vide più chiaramente di quanto gli fosse stato concesso in origine. Hai forse anche tu visto quelle cose? L’hai forse come me studiato a fondo? Tu non sei che una serva.
Ma lì, è tutto un movimento convulso: mettere l’acqua nella vasca e rigettarli è tutt’uno, un’azione svolta con velocità, ansia e malgarbo. Non è più il caso di essere diligenti: è uno spettacolo terrificante, non si sa come avvicinarsi.

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