Quell’insetto
è l’Angelo del focolare: somiglierebbe a un uomo in miniatura, se solo fosse
più formato, più consistente. È un abbozzo di
corpo, uno schizzo fatto in fretta e furia. I rapporti di forma e
dimensione sono rispettati, ma i contorni che lo racchiudono sono elastici,
modificabili a seconda del punto di osservazione e del pensiero. È un insetto,
e come tale è molesto e irrequieto; si muove a scatti nella stanza vuota,
adesso libera dall’ingombro dei mobili, già trasportati altrove, forse ancora
da collocare.
Armati
di una scopa si cerca di colpirlo. L’Angelo del focolare si sposta velocemente,
evitando ogni mossa con mosse da gatto. Non è facile prenderlo, né è facile
prevedere la piega che prenderà il suo muoversi. Pare affidato alle leggi del
caso, che mutano l’organizzazione del suo corpo a ogni lancio: forse un essere
al pari suo, come potrebbe essere un gatto, gatto di cui l’Angelo del focolare
ricalca i gesti, potrebbe aver ragione di quel movimento insensato. Lo
percotiamo cercando di eliminarlo, ma ci sfugge. Mutando la sua struttura
esteriore egli muta la condizione entro cui la sua eliminazione sarebbe
possibile, rendendola di fatto impossibile. Il cambiamento è così radicale che
adesso è lui a condurre il gioco e trascinarci con la forza delle ali fuori
dalla stanza e dalla finestra. A ogni colpo si gonfia e s’allunga, sputando in
giro pezzi di sé, gelatinosi.
Cerchiamo
di farlo uscire dalla finestra, preferibilmente senza ucciderlo. Si dovrebbe
con coraggio usare le mani: forse, non ripudierebbe quel contatto,
interpretandolo come un segno di amicizia o di comprensione. Ma, se all’occhio
è viscido e mutevole, al tatto potrebbe essere peggio, rivelando qualità, come
ad esempio l’inconsistenza, che nuocerebbero ad un ulteriore rapporto di quel
tanto che si preferirebbe addirittura ucciderlo (anche se pare che soltanto
smembrandolo si potrebbe aver ragione di lui) per la delusione e il crollo
degli ideali.
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