mercoledì 30 maggio 2018

Il pungolo


Mio bel fanciullino, che cosa ti mena in questa strada deserta di campagna? Di certo hai una mèta, in testa. Nonostante io ti abbracci coprendoti di baci, dimostrandoti in tal modo la mia benevolenza e l’interesse che provo nei tuoi confronti, tu non ti apri a me e non dici nulla. Non ti fermi nemmeno per darmi una voce che mi scacci, vai avanti dritto e impettito come se io non esistessi. Non vedi che io piango e rido e saltello al tuo fianco affinché tu mi noti? Non desidero che un cenno, anche alla lontana, un gesto che rassomigli a un cenno, rivolto a chiunque. Pensa, piccino mio: qui, dentro di me (e mentre dico così mi batto la testa con il palmo della mano) è sempre come il primo giorno, ed è tale anche il pensiero. Ma lui non si cura di nulla, va avanti con lo sguardo dritto all’orizzonte in attesa che da là sorga la mèta verso cui si sta dirigendo. Quel sentimento dovrebbe essere per lui una seconda natura diventata prima, che agisce senza il continuo pungolo. Invece no, il pungolo deve essere sempre presente, la fatica pure, così come la coscienza di, sempre, non far bene.

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