Mio
bel fanciullino, che cosa ti mena in questa strada deserta di campagna? Di
certo hai una mèta, in testa. Nonostante io ti abbracci coprendoti di baci,
dimostrandoti in tal modo la mia benevolenza e l’interesse che provo nei tuoi
confronti, tu non ti apri a me e non dici nulla. Non ti fermi nemmeno per darmi
una voce che mi scacci, vai avanti dritto e impettito come se io non esistessi.
Non vedi che io piango e rido e saltello al tuo fianco affinché tu mi noti? Non
desidero che un cenno, anche alla lontana, un gesto che rassomigli a un cenno,
rivolto a chiunque. Pensa, piccino mio: qui, dentro di me (e mentre dico così
mi batto la testa con il palmo della mano) è sempre come il primo giorno, ed è
tale anche il pensiero. Ma lui non si cura di nulla, va avanti con lo sguardo
dritto all’orizzonte in attesa che da là sorga la mèta verso cui si sta
dirigendo. Quel sentimento dovrebbe essere per lui una seconda natura diventata
prima, che agisce senza il continuo pungolo. Invece no, il pungolo deve essere
sempre presente, la fatica pure, così come la coscienza di, sempre, non far
bene.
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