mercoledì 23 maggio 2018

Rossmann


Il blocco note, di grande formato e in carta riciclata, è apparentemente abbandonato sul pavimento dello spogliatoio annesso al campo sportivo. È pieno di diagrammi, punti, numeri e linee: sfogliandolo, si ha un’idea precisa di ciò che deve studiarsi un atleta prima di affrontare una gara. Sono pagine zeppe di linee curve che corrono da un punto a un altro, ogni punto numerato e descritto. È possibile che i segni di colore diverso siano stati tracciati con un lapis bicolore a due punte, come quelli usati dai maestri di scuola per correggere i compiti degli scolari.
Quelle pagine di diagrammi sono interrotte da resoconti, parole scritte che arrivano direttamente e senza remore dall’animo piagato di quegli sportivi. Non si avrebbe mai avuto l’idea della profondità di quegli studi e di quei tormenti se non ci fossimo imbattuti casualmente in questi appunti. Sono preziosi, certo, ma non per noi. Non lo sarebbero se una o due pagine non somigliassero a una o due pagine scritte da Rossmann. Che cosa farne di quelle pagine, di quel blocco?, si chiede. Prendere le pagine, una o due, e lasciare il blocco, sperando che nessuno si accorga della mancanza. È un blocco solido, spesso, ma egli non ha idea dell’idea che di quel blocco ha l’atleta a cui lo sottrae, non sa se può sottrarre qualcosa a quell’idea senza che l’atleta se ne accorga, né sa in che modo dare a quel blocco menomato da quei due fogli l’aspetto di un blocco integro, che non dia a vedere all’occhio familiare del proprietario la mancanza. Spera che non si accorgerà di nulla, ma non può gettare uno sguardo in quell’anima per esserne sicuro.
Rossmann li ha riconosciuti, quei segni, dicendosi subito che sono diagrammi di gioco. È bravo, lui, Karl, a decifrare indizi. Un altro al posto suo si sarebbe fatto sopraffare dall’angoscia, dando a quei segni un senso d’affanno quasi demoniaco, demoniaco da demonio, non da demone, fingendo di non capirci nulla. Invece, lui, Karl, ha collegato finemente quei diagrammi alle voci udite al di là del tramezzo, voci che parlavano proprio di quello scritto, di quei diagrammi che lui non si sarebbe mai sognato di trafugare se non le avesse sentite discutere, quelle voci, proprio di questo. Un altro al posto suo avrebbe visto le origini di un malsano complotto, come accadde a Marlow quando trovò abbandonato nella capanna quel manuale di navigazione: avrebbe creduto di avere a che fare con una mente malata che scrive annotazioni in codice. Ma bisogna capirlo, Marlow era a caccia di Kurtz e tutto era in funzione di quel mistero, sotto l’influenza di un ambiente ignoto. Chiunque sarebbe finito per condursi malamente, con grave disagio psichico, fuori da quei meandri. Invece, lui, Karl, è stato molto astuto e pronto, comprendendo subito quali erano i punti su cui agire, quali pietre premere per far scattare il meccanismo. Non c’è da stupirsi che Marlow sia finito così male, si dice fra sé Rossmann mentre esce da lì. A me non capiterà nulla. È sicuro di farcela, così sicuro che non sente su di sé nemmeno un po’ di colpa per quello che sta facendo.
Egli mette quei fogli preziosi, una o due pagine, nella valigia che ha con sé: è atteso per il pranzo, e sebbene sia ancora presto decide di avviarsi con calma, per non essere assillato dalla fretta o dall’ansia.
Parcheggia la vettura non lontano, in modo da aver tempo per una passeggiata. È in anticipo, mancano almeno due ore all’incontro. Decide in ogni caso di entrare. Troverà un posto a sedere giusto fuori dalla porta, un posto calmo per esaminare quel manoscritto trafugato, una o due pagine. Sedendosi poco lontano, si accorge che qualcuno lo vedrebbe, se dovesse aprire casualmente quella porta oltre la quale è atteso, e fatto entrare in anticipo, cosa che egli non vuole che accada di certo, e che anzi sta cercando in tutti i modi di evitare. Egli non vuole entrare prima del tempo, non vuole nemmeno essere visto, nemmeno essere visto e ignorato, vuole solo un po’ di tempo per esaminare il manoscritto, quei fogli, una o due pagine, preso di nascosto perché somigliante al suo. Quindi, esce di nuovo dirigendosi alla macchina per spostarla e parcheggiarla più vicino. Potrà così starsene seduto là dentro a cercare di capire. Ma i posti, che prima erano in abbondanza, adesso sono tutti occupati: è l’ora di pranzo, tutti ritornano a casa, lo spazio che due ore fa era così facile da trovare adesso non c’è più.
Rossmann gira per le strade, gli isolati, le vie, le rotonde, le percorre tutte pazientemente ponendo come centro dei suoi giri il luogo dell’appuntamento. Inutilmente, però, perché i posti sono tutti occupati. Dice Rossmann: L’impressione è che quella voce che ha echeggiato dentro di me da sempre sia la stessa voce che parla adesso, e non importa quanto intensamente voglia che smetta di parlare e si trasformi in qualcosa degno di essere udito: essa ritorna sempre, sempre, ed è meglio che mi fermi, qualsiasi cosa io stia facendo debbo smettere di farlo.
Così, egli si ferma, si blocca nel mezzo di un gesto o di un pensiero e lascia scorrere il mondo su di sé.

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