Il
blocco note, di grande formato e in carta riciclata, è apparentemente
abbandonato sul pavimento dello spogliatoio annesso al campo sportivo. È pieno
di diagrammi, punti, numeri e linee: sfogliandolo, si ha un’idea precisa di ciò
che deve studiarsi un atleta prima di affrontare una gara. Sono pagine zeppe di
linee curve che corrono da un punto a un altro, ogni punto numerato e
descritto. È possibile che i segni di colore diverso siano stati tracciati con
un lapis bicolore a due punte, come quelli usati dai maestri di scuola per
correggere i compiti degli scolari.
Quelle
pagine di diagrammi sono interrotte da resoconti, parole scritte che arrivano
direttamente e senza remore dall’animo piagato di quegli sportivi. Non si
avrebbe mai avuto l’idea della profondità di quegli studi e di quei tormenti se
non ci fossimo imbattuti casualmente in questi appunti. Sono preziosi, certo,
ma non per noi. Non lo sarebbero se una o due pagine non somigliassero a una o
due pagine scritte da Rossmann. Che cosa farne di quelle pagine, di quel
blocco?, si chiede. Prendere le pagine, una o due, e lasciare il blocco,
sperando che nessuno si accorga della mancanza. È un blocco solido, spesso, ma
egli non ha idea dell’idea che di quel blocco ha l’atleta a cui lo sottrae, non
sa se può sottrarre qualcosa a quell’idea senza che l’atleta se ne accorga, né
sa in che modo dare a quel blocco menomato da quei due fogli l’aspetto di un
blocco integro, che non dia a vedere all’occhio familiare del proprietario la
mancanza. Spera che non si accorgerà di nulla, ma non può gettare uno sguardo
in quell’anima per esserne sicuro.
Rossmann
li ha riconosciuti, quei segni, dicendosi subito che sono diagrammi di gioco. È
bravo, lui, Karl, a decifrare indizi. Un altro al posto suo si sarebbe fatto
sopraffare dall’angoscia, dando a quei segni un senso d’affanno quasi
demoniaco, demoniaco da demonio, non da demone, fingendo di non capirci nulla.
Invece, lui, Karl, ha collegato finemente quei diagrammi alle voci udite al di
là del tramezzo, voci che parlavano proprio di quello scritto, di quei
diagrammi che lui non si sarebbe mai sognato di trafugare se non le avesse
sentite discutere, quelle voci, proprio di questo. Un altro al posto suo
avrebbe visto le origini di un malsano complotto, come accadde a Marlow quando
trovò abbandonato nella capanna quel manuale di navigazione: avrebbe creduto di
avere a che fare con una mente malata che scrive annotazioni in codice. Ma
bisogna capirlo, Marlow era a caccia di Kurtz e tutto era in funzione di quel
mistero, sotto l’influenza di un ambiente ignoto. Chiunque sarebbe finito per
condursi malamente, con grave disagio psichico, fuori da quei meandri. Invece,
lui, Karl, è stato molto astuto e pronto, comprendendo subito quali erano i
punti su cui agire, quali pietre premere per far scattare il meccanismo. Non
c’è da stupirsi che Marlow sia finito così male, si dice fra sé Rossmann mentre
esce da lì. A me non capiterà nulla. È sicuro di farcela, così sicuro che non
sente su di sé nemmeno un po’ di colpa per quello che sta facendo.
Egli
mette quei fogli preziosi, una o due pagine, nella valigia che ha con sé: è
atteso per il pranzo, e sebbene sia ancora presto decide di avviarsi con calma,
per non essere assillato dalla fretta o dall’ansia.
Parcheggia
la vettura non lontano, in modo da aver tempo per una passeggiata. È in
anticipo, mancano almeno due ore all’incontro. Decide in ogni caso di entrare.
Troverà un posto a sedere giusto fuori dalla porta, un posto calmo per
esaminare quel manoscritto trafugato, una o due pagine. Sedendosi poco lontano,
si accorge che qualcuno lo vedrebbe, se dovesse aprire casualmente quella porta
oltre la quale è atteso, e fatto entrare in anticipo, cosa che egli non vuole
che accada di certo, e che anzi sta cercando in tutti i modi di evitare. Egli
non vuole entrare prima del tempo, non vuole nemmeno essere visto, nemmeno
essere visto e ignorato, vuole solo un po’ di tempo per esaminare il
manoscritto, quei fogli, una o due pagine, preso di nascosto perché somigliante
al suo. Quindi, esce di nuovo dirigendosi alla macchina per spostarla e
parcheggiarla più vicino. Potrà così starsene seduto là dentro a cercare di
capire. Ma i posti, che prima erano in abbondanza, adesso sono tutti occupati:
è l’ora di pranzo, tutti ritornano a casa, lo spazio che due ore fa era così
facile da trovare adesso non c’è più.
Rossmann
gira per le strade, gli isolati, le vie, le rotonde, le percorre tutte
pazientemente ponendo come centro dei suoi giri il luogo dell’appuntamento.
Inutilmente, però, perché i posti sono tutti occupati. Dice Rossmann:
L’impressione è che quella voce che ha echeggiato dentro di me da sempre sia la
stessa voce che parla adesso, e non importa quanto intensamente voglia che
smetta di parlare e si trasformi in qualcosa degno di essere udito: essa ritorna
sempre, sempre, ed è meglio che mi fermi, qualsiasi cosa io stia facendo debbo
smettere di farlo.
Così,
egli si ferma, si blocca nel mezzo di un gesto o di un pensiero e lascia
scorrere il mondo su di sé.
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