La verità è difficile da capire, qui; così, la cantante canta. La cantante, cantando, rende evidente ciò che era nascosto: la filosofia (e la verità) che fu un tempo rivelata, non lo fu abbastanza, e bisognò che fosse cantata per essere compresa e usata. La cantante canta la verità abbandonandosi ad essa, così rivelandola alla gente. La verità qui è difficile, ardua da capire, con mille sottigliezze e ripensamenti, ritorni e rivolti. Essa non è immediata, ma subdola e ingannatrice, e abbisogna di un interprete, piena di nodi che solo in canto può sciogliere. La cantante, liberandosi da ogni legame terreno e affidandosi all’arte sua, senza il pensiero di dover interpretare alcunché, si lancia nel canto mantenendo il pensiero stabile si di esso. Riesce a interpretare la verità senza intenzione soltanto concentrandosi sul canto.
Gli abitanti del luogo formano famiglie allargate: non c’è posto sufficiente per tutti. Sonnecchiano, le donne del paese, nel buio delle finestre socchiuse, schiena allo stipite appoggiandosi alla ringhiera: la verità che si canta, dicono, non è quella che ti commuove, ma quella che ti fa aprire gli occhi e la bocca di dolore e sorpresa. È così evidente che ogni altra cosa perde di valore. I padri, intanto, giocano con i figli. In famiglia, hanno armadi pieni di maschere e mantelli: sono maschere in carta gommata e pressata, con l’espressione stampata a rilievo. Due occhi tondi dall’espressione stupita, una bocca rotonda con un punto esclamativo accanto, quasi a disegnare una “O!” di grande sconforto e sorpresa. Sono cose che un tempo hanno usato e che ora servono a far divertire i bambini. Talvolta, fra adulti, si rinfacciano il possesso di certe maschere, chiedendone all’altro alcune che non hanno mai avuto, di cose di cui i piccoli non hanno mai sentito parlare e che adesso incuriositi vogliono vedere. Sono maschere all’apparenza simili fra loro, se non addirittura identiche. I bambini se le mettono e giocano senza sapere bene a cosa; i genitori sono troppo in là con gli anni per ricordarsene, e hanno bisogno di caffè per restare svegli in quella sarabanda. La vecchiaia di quelle maschere è la nostra, dicono. Quelle sono maschere superate, ma a voi potranno forse andare bene, anche solo per giocare. A noi non ci hanno portato nulla.
Uno di loro dice: Mi metto questa maschera ma mi dimentico perché, così i gesti che faccio non sono accordati al travestimento, bensì dettati dal copione delle circostanze. Questa maschera non riesce più a rappresentare ciò per cui fu creata.
Gli adulti, ritrovando quelle maschere, sono presi da una leggera nostalgia, e per gioco se le mettono sul volto, mimando antichi giochi e scherzi dimenticati. I figli vogliono fare lo stesso ma senza capire: perché, che c’è da capire in un gioco stupido?, dicono. Non hanno paura di nulla, sanno che la verità, come ogni filosofia, va cantata e non recitata a memoria. Quella “O!” disegnata sulla maschera è di dolore, dicono, per quello che la cantatrice canta: è così evidente che ogni altra cosa perde valore.
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