Il panorama dalla finestra parrebbe lo stesso, a quest’ora e con il buio, ma qualcosa che salta all’occhio e lo disturba c’è, e con la poca luce non si riesce a stabilire cosa sia, finché, con un’intuizione soprannaturale dovuta più alle circostanze favorevoli del pensiero che a una reale indagine conoscitiva, il dettaglio stonato salta agli occhi: hanno posato, tralicci e tutto, una nuova linea elettrica.
I cavi si distinguono, adesso, grigi contro il bianco delle case e il nero del cielo, con dei segnalatori a intervalli regolari, messi più per farli meglio notare all’ignaro e disturbare la visione del paesaggio che per ragioni di sicurezza. Il panorama dalla finestra, dopo le ultime costruzioni, non era già più quello delle origini: i palazzi ostruivano la maggior parte dell’orizzonte, e soltanto una piccola parte apparteneva ancora al cielo; guardandola, si poteva predire molte cose, ma non solo; anche, ci si poteva rinfrancare su quel che era nel frattempo avvenuto. Al cielo si guardava in ogni momento per non sentirsi soffocare, ma soprattutto per rievocare un cielo più antico di questo, forse meno amichevole ma con più segni. I segni del cielo confortavano l’esistenza, e più quelli erano veri più il sollievo era forte. I segni indubitabili del cielo erano tali per la sua purezza, che ancora si poteva vedere nel panorama dalla finestra.
E ora: - Ma hanno fatto una nuova linea? - Sì, l’hanno posata ieri mentre nessuno era a casa, in fretta e furia senza dir nulla; delle due, l’una… - Ma sempre questa scelta fra due l’uno, ci dev’essere? - O interravano il cielo, o incielavano la terra. -
Adesso, quelle righe sullo sfondo disturbano assai la contemplazione del cielo; è destino che l’uomo di città non abbia cielo a conforto e guida dei suoi pensieri: elementi sovversivi tendono a disturbare quella visione, e che siano sovversivi lo dimostra il timore con cui gli elementi vengono sostituiti, l’aver agito in silenzio e senza avvertire. Sapevano di fare male e l’hanno fatto ugualmente. Quegli individui hanno le facce dei nostri cari lontani, quelli che non vediamo da anni e che perciò sono più facili da imitare perché meno dettagliati; essi si imbrattano le sembianze a mo’ di costoro e si fanno vicini, sembrando chi non sono. Girano un po’ d’attorno e poi se ne vanno, apparentemente senza aver combinato nulla, e quando se ne sono andati si scoprono le modifiche delle cose, nella trama delle cose, nel tessuto delle cose. E ora, quali segni potranno ancora giungerci da questo cielo?
Adesso, non sarà più possibile osservarlo con tutta l’attenzione possibile, rendendo il pensiero puro: quelle linee ne disturberanno sempre una parte, misurando una visione che dovrebbe essere infinita e senza ritmo. L’occhio, come un pallone bizzarro, si dirigerebbe nell’infinito se non fosse raffrenato da quei cavi che misurano lo spazio. La linee rette dei cavi dell’alta tensione scandiscono uno spazio che doveva restare senza misura. L’occhio conta il tempo di quelle linee e con esse divide lo spazio in settori. Ora, si dovrà andare oltre le apparenze, scagliandoci con il pensiero oltre quei cavi, pensando a un cielo che non si è mai visto, un cielo intoccabile.
Abbiamo incielato la terra affinché possiate camminare tranquillamente e vivere, anche, comodamente. Nessun elettrico ronzio di api vi disturberà, e le strade saranno sicure. Avete perso il cielo, questo è certo, ma esso, nelle belle giornate, sarà pur sempre azzurro. Delle due l’una, come s’era detto.
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