Il vento soffia forte, ma Aureliano dice che tutto andrà bene. Aureliano è il custode di casa, ed è zoppo. Vive in uno stanzone da basso con sua figlia, Aureliana, inferma anch’essa. Ma mentre egli può andarsene il giro sulle proprie gambe, la figlia è paralitica ed è costretta a starsene immobile in un letto. Nella stanza, il letto è addossato al muro. La stanza è grande, ma è una sola, ed è umida: ha l’apparenza di uno scantinato anche se è all’ultimo piano. Fare le scale con quelle gambe gli provoca dolori ogni volta.
Il padre, amorevole, le sta dietro per quanto può, ma il suo ufficio di vaticinatore e l’impiego di custode non gli lasciano molto tempo per Aureliana. Così, al mattino la abbandona a letto alla meglio e se ne va al lavoro, tornando a pranzo per un po’, e soltanto definitivamente alla sera, quando la stanchezza è un ostacolo all’armonico svolgimento della vita famigliare. La morte è morta da tempo e la figlia giace a letto dalla nascita: le sue braccia paiono stecche, e il corpo è ripugnante al tocco e allo sguardo. Sta lì tutto il giorno, e se vuol cambiare posizione non lo dice chiaramente, ma si lamenta.
Allora, qualcuno di buon cuore che si trovasse a passare di lì, superando il disgusto, la aiuterebbe a muoversi. Talvolta vuole alzarsi, e allora va guidata come un burattino, adagiando gambe e braccia nelle posizioni successive necessarie alla deambulazione. Quando Aureliana si lamenta emette suoni inarticolati, come i deboli di mente. In realtà, lei ragiona meglio di tutti noi, meglio anche del padre, superandolo di gran lunga nell’arte della predizione, ed è solo lo schifo che proviamo di fronte al suo corpo ulcerato che ci impedisce di accettarla e di comprenderla appieno.
Aureliana, il volto deformato da una smorfia, e la poca carne marcia che le rimane, è un povero essere che ha di sé sempre più coscienza di quanto le sarebbe necessaria. Com’è possibile amarla? Eppure, guardatela: ella ha un padre. Significherà di certo qualcosa. Se le cose sono stabili e ben salde, il vento non dovrebbe impaurire. Ciò che ci fa paura è invece l’immobilità della povera giovane, la cui sporcizia ci narra un disagio insopportabile. Tuttavia, ella continua a vivere.
Forse toccarla sarà contagioso: allora, prendiamo mille precauzioni e ancora non ci decidiamo. Ci è stata affidata, e che scarsi custodi siamo! Cercando di mitigare lo schifo, evitando di pensare alla scarsa consistenza del corpo di Aureliana, la mettiamo in una posizione che assomiglia allo stare seduti, e con quel genere di corpo non si è mai sicuri della postura; poi, lentamente la mettiamo in piedi badando che non ci sfugga di mano tanto è viscida. Aureliana al nostro operare risponde con mugugni e urla, di cui non si è mai certi del significato. Si sa che quei desideri di movimento finiscono sempre in qualcosa di sudicio. Poi, di nuovo a letto, sperando di aver fatto tutto quello che c’era da fare.
In quel mentre, il padre rincasa. Ci osserva in silenzio, come se approvasse. Poi, ci dice: - Un tempo si badava a vivere, e non ci si curava della morte. Si sapeva che c’era, ma era naturale. Oggi ve ne preoccupate troppo, ci pensate ad ogni ora, e non vivete più.
Aureliana ci guarda come se capisse quel che ha detto il padre, e quello sguardo pare mettere un punto fermo a quei discorsi.
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