In ogni inquadratura di questo film c’è un dettaglio che non si armonizza con l’insieme, tutti questi dettagli raccontano una storia differente da quella narrata nella pellicola.
Perché questa secondarietà? Non è sufficiente carpire il dettaglio, è necessario metterli in riga a formare un tutto, e se si segue la storia principale non è possibile farlo. Soltanto i sapienti e gli edotti vedono accanto, e anche qui ci vuole fatica. Alcuni esempi chiariranno il discorso: nella scena della sopraelevata, le assi della palizzata sullo sfondo disegnano un motivo che è fuori posto rispetto alla scena: non lo si nota perché siamo intenti a seguire la vicende che si svolgono in primo piano, con i prigionieri che tentano di liberarsi. Nel farlo, si scambiano battute a ritmo forsennato: qui si loda la bravura degli attori, e non si sta certo attenti ai dettagli sullo sfondo. Anche sapendo tutto, la cadenza delle frasi ci distrae ogni volta. Ma quando con grande sforzo ci si fa caso, nulla più viene a staccarci da quel dettaglio, il ricordo del quale pervade le scene successive per memoria e le precedenti per riconsiderazione. La conferma arriva soltanto con la scena finale, nell’agnizione della collana di diamanti da parte dei due protagonisti, l’uno essendo colui che sa e l’altro che è colui che non sa ancora. Dopo il riconoscimento, entrambi sanno, e questo dettaglio va ad aggiungersi a quello delle assi della palizzata. Nulla è lasciato al caso, ma fu seguito fin dall’inizio a designare una storia del tutto diversa. Ciò è ulteriormente confermato dalla carrellata in avanti dell’ultima scena, che segue i due mentre fuggono esilarati giù per lo scalone del teatro: sulla destra, per un attimo, è inquadrato il guardaroba: la visione degli indumenti, tutti impaccati, e la cinta che li serra, cinghia che è la stessa che stringeva i polsi dei prigionieri nella scena della palizzata, è il particolare che mancava. Adesso per lo spettatore non ci sono più dubbi, o meglio: non ci sarebbero se egli fosse stato abbastanza sapiente da carpire tutti questi dettagli, abbastanza forte da mantenere l’attenzione desta e abbastanza sagace da collegare tutto, ordinando quei fatti in secondo piano in una serie che diverge dalla principale di quel tanto che basta a narrare un’altra storia. Una storia che racconta l’angoscia dell’uomo gettato senza dio sulla terra, e del tentativo disperato della riconquista.
Non è facile dire queste cose, perché si notano e si ricordano soltanto mentre si guarda il film, e al termine non si ha la forza di trattenerle con sé. Sfuggono via, e la chiarezza con cui le avevamo accolte nel mentre si guardava si sfarina opacizzandosi, svanendo perfino nel ricordo. Al momento di notarle, tutto è chiaro e non si può che convenirne; però dopo che è passato, quella coscienza svanisce, ma lentamente, in un modo che si ha ancora l’illusione di aver ben capito, di aver catturato tutti i segni, e di averli decifrati. Ma è una coscienza che trascolora rapidamente, e senza che ci si accorga di niente, senza che si possa correre ai ripari annotando velocemente quelle verità di cui si è avuto una così chiara percezione. Annotarla, però, non servirebbe a nulla. La lettura di quelle frasi, senza la visione che le vivifichi, non ci riscalderebbe punto l’animo o la mente, né servirebbe a ravvivare il ricordo. Una volta ch’è sbiadito è andato, non ce n’è più traccia, e le frasi scritte in fretta riuscirebbero solo a confondere ulteriormente le cose.
È un gioco strano di rimandi, quello del regista, difficile a mettere in piedi, difficile da spiegare, ma facile a vedere una volta che ne siano stati compresi i meccanismi: allora, una volta fatto ciò, la verità irrompe nell’animo con la leggerezza tipica di chi compie un arduo esercizio con destrezza. Con la medesima destrezza, una volta scomparse le immagini che l’hanno ravvivata, quella verità svanisce.
Questo fatto è ben esemplificato nella scena del supermercato: immersi nelle tenebre e con la paura di fare un passo e inciampare, gli attori si affidano a un commesso, di cui non si sente che la voce, chiedendogli che faccia la spesa per loro mentre attendono in fila alla cassa. Nel procedere delle inquadrature, si distinguono nell’ordine: un corrimano di corda, come quelli che si usano nel foyer del teatro per disciplinare l’entrata del pubblico (ancora il tema del teatro, presente nella scena dell’agnizione, metafora della scena del mondo), la cassa sullo sfondo, le finestre oscurate da lastre di metallo inchiavardate, una lunga fila di clienti alla cassa.
Si deve aver fede e attendere, confessa il regista, mai accettando ciò che una voce incorporea potrebbe offrire, tendendo invece con tutta l’anima che desidera solo a ciò che essa stessa ha chiesto - questo volle dire l’autore, questo volle significare il film.
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