Il film è composto di brevi momenti a sé assemblati in
modo libero. Si riconosce, però, nello svolgimento un’idea costante, una specie
di ronzio, appartenente alla mente del regista, e che dà unità ai frammenti. È
certo un nuovo modo di lavorare, e sarebbe destinato all’insuccesso della
stessa grazia inconsistente che lo rende invece piacevole alla vista, una
grazia priva di legami (due aspetti che pregiudicherebbero tutto), se un
cantante pop, J., non avesse deciso di comporre una nuova collezione di canzoni
plasmandola su quelle immagini filmiche.
J. costruì le sue idee su quelle, preesistenti, del
regista: questa è l’opinione comune. La verità è che entrambi procedettero per
vie proprie, senza curarsi l’uno dell’altro, lontani fra loro e sconosciuti,
dando forma alla torma di voci interiori che, è il caso appurato del regista,
lo infestavano. E il cantante dové forse avere la stessa sindrome. Insieme
costruirono la narrazione passo per passo, ogni passo a sé incurante del resto,
ogni causa cieca rispetto all’effetto, che era con forza disconosciuto.
Passo dopo passo, il lavoro si compì, e senza nemmeno
l’assillo del gesto, in piena libertà: immagini e musica si abbracciarono da
lontano, e l’unione fu felice. non è stata la necessità a unirli, non fu il
caso a guidarli. Non c’è la fame, in quelle opere, né l’ansia di fare per
sopravvivere; c’è solo un giochetto fatto nella spontaneità dell’anima, scritto
nel momento stesso in cui usciva fuori e mai più ritoccato, mai più riveduto. È
una reazione naturale, come naturali sono il respiro e la defecazione,
testimonianze della vivezza di un organismo, ma niente di più.
In quelle musiche e nel film che le accompagnano (dico
così per farmi capire e farla semplice, in verità si deve tener conto sempre
della separatezza delle due cose, che nacquero nel modo che si è detto) non c’è
nulla di artistico. Eppure, furono lodate.
Questa decadenza non ha a che fare con Vico e le sue
età, ma piuttosto con Spengler, e non per un’oziosa pignoleria dettata dalla
vanità dell’apparire, ma per l’angustia degli orizzonti che affligge il secondo
autore. W., il suo editore, ebbe ragione di costui dicendo che non gliene
piaceva la scrittura, salvandosi così dall’onta di una conoscenza, seppur
superficiale. Noi, però, non sappiamo cavarcela così brutalmente, e siamo
costretti ad ammirare i due praticoni, definendoli artisti in modo talmente
improprio che in un’epoca che non fosse la nostra si dovrebbe render conto di
tale giudizio. Nella nostra, tutto appare normale. Forse, il tempo ci
riscatterà, imponendoci l’oblio.
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