mercoledì 10 luglio 2019

La storia


Il film è composto di brevi momenti a sé assemblati in modo libero. Si riconosce, però, nello svolgimento un’idea costante, una specie di ronzio, appartenente alla mente del regista, e che dà unità ai frammenti. È certo un nuovo modo di lavorare, e sarebbe destinato all’insuccesso della stessa grazia inconsistente che lo rende invece piacevole alla vista, una grazia priva di legami (due aspetti che pregiudicherebbero tutto), se un cantante pop, J., non avesse deciso di comporre una nuova collezione di canzoni plasmandola su quelle immagini filmiche.
J. costruì le sue idee su quelle, preesistenti, del regista: questa è l’opinione comune. La verità è che entrambi procedettero per vie proprie, senza curarsi l’uno dell’altro, lontani fra loro e sconosciuti, dando forma alla torma di voci interiori che, è il caso appurato del regista, lo infestavano. E il cantante dové forse avere la stessa sindrome. Insieme costruirono la narrazione passo per passo, ogni passo a sé incurante del resto, ogni causa cieca rispetto all’effetto, che era con forza disconosciuto.
Passo dopo passo, il lavoro si compì, e senza nemmeno l’assillo del gesto, in piena libertà: immagini e musica si abbracciarono da lontano, e l’unione fu felice. non è stata la necessità a unirli, non fu il caso a guidarli. Non c’è la fame, in quelle opere, né l’ansia di fare per sopravvivere; c’è solo un giochetto fatto nella spontaneità dell’anima, scritto nel momento stesso in cui usciva fuori e mai più ritoccato, mai più riveduto. È una reazione naturale, come naturali sono il respiro e la defecazione, testimonianze della vivezza di un organismo, ma niente di più.
In quelle musiche e nel film che le accompagnano (dico così per farmi capire e farla semplice, in verità si deve tener conto sempre della separatezza delle due cose, che nacquero nel modo che si è detto) non c’è nulla di artistico. Eppure, furono lodate.
Questa decadenza non ha a che fare con Vico e le sue età, ma piuttosto con Spengler, e non per un’oziosa pignoleria dettata dalla vanità dell’apparire, ma per l’angustia degli orizzonti che affligge il secondo autore. W., il suo editore, ebbe ragione di costui dicendo che non gliene piaceva la scrittura, salvandosi così dall’onta di una conoscenza, seppur superficiale. Noi, però, non sappiamo cavarcela così brutalmente, e siamo costretti ad ammirare i due praticoni, definendoli artisti in modo talmente improprio che in un’epoca che non fosse la nostra si dovrebbe render conto di tale giudizio. Nella nostra, tutto appare normale. Forse, il tempo ci riscatterà, imponendoci l’oblio.

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