Qui, i bambini ciechi vengono accompagnati al cinema
in pullman. Arrivati a destinazione, scendono tutti uno a uno, per poi una
volta a terra prendersi per mano due a due, ed entrano disciplinatamente
spingendo la porta vetrata, per nulla intimoriti dalla penombra. I vedenti fra
loro, di solito non più di due per classe, attendono a bordo, fuori. Il pullman
parcheggia dall’altro lato della strada per farli scendere, poi fa inversione
(con un po’ di difficoltà a causa della strettezza della via e la presenza di
spartitraffico) per presentarsi all’imbarco nella giusta direzione, con la
porta in favore di salita.
Per passeggiare in strada, le giovani prendono in
braccio le sorelle minori. Queste si raggomitolano fono a toccarsi il petto con
il mento, quasi affondandoselo come se si vergognassero. Non ha importanza se
la differenza d’età fra le due è minima, anche pochi mesi (non so se in natura
sia possibile, ma questo accade anche fra sorelle di padri diversi, di madri
differenti), è sempre la maggiore che porta in braccio la minore. È l’essere
portata che la qualifica come minore. Hanno facce gentili e occhi ammiccanti e
dolci, quegli occhi che mancano ai bambini ciechi in visita al cinematografo.
Quando escono, molti di loro hanno l’impulso di
abbracciare chi li attende all’esterno, ma non a tutti è concesso di riceverlo,
l’abbraccio. C’è un istinto che li guida, o un senso di pericolo, che pone un
limite alle loro affezioni.
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