Lui faceva consegne a domicilio; non può essere che
così, salendo le scale con piglio energico, senza il minimo accenno di affanno,
suonando alle porte degli altri senza tema di disturbare, anzi con la nemmeno
tanto segreta coscienza di essere atteso, di quel tanto che al suo arrivo gli
umori si alleggeriscono e le mance si predispongono, lui che non ha mai il
dubbio di interrompere qualcosa o qualcuno, lui che è sempre sicuro che
dovunque andrà le porte gli si apriranno come per magia -- nel segreto, lui
aveva un dubbio.
Un giorno, gli capitò di consegnare tre cavolfiori –
anzi: un cavolfiore, un cavolo nero e un broccolo, tutti e tre avvolti in carta
argentata e quindi indistinguibili l’uno dall’altro se non per una certa
modellatura dell’involucro – al numero dieci della via. Lei lo riconobbe
subito, lui finse ancora per poco, palleggiando i tre pacchetti con
disinvoltura, posandoglieli sul ripiano della cucina o dove più le aggradisse.
Fu sorpreso perché riteneva che non avrebbe dovuto mostrarglisi di nuovo, lei, soprattutto
dopo tanti anni.
Lei tirò fuori il libro che le aveva regalato,
l’Ethica di Spinoza, con le legature allentate per il troppo consultarlo. La
copertina, smembrata e tenuta su da un soccorrevole e strategico nastro
adesivo, rivelava sul dorso interno della costola, dove è la colla che tiene
insieme i fili della legatura, la dedica che le scrisse all’epoca, parole
annotate in uno spazio segreto, e che mostrava l’incapacità di scrivere
qualcosa di più grande di ciò che era già stato scritto dall’Autore stesso in
quel testo così importante. Lei gliela mostrò, commossa che qualcosa potesse
rivelarsi solo dopo un uso continuato, diuturno.
Anche lei lo stava dunque aspettando, il libro aperto
sul tavolo, un’apertura abituale, consueta, a vedere com’è ormai squadernato
quel volume: non è possibile che in tutti quegli anni trascorsi distanti quella
sia stata l’unica lettura, né è possibile pensare a un pensamento continuo dell’altro,
per chi quell’altro non è. Qualcosa in quello Spinoza ci dovrà pur essere per
lasciare un siffatto segno. Un uso che sarà stato necessariamente continuo o
permanente, o altrimenti la rilegatura non si sarebbe mai allentata per
rivelare il messaggio segreto che lui le scrisse ai tempi, quando l’amava così
tanto che pareva non esserci nulla di più grande. Quel messaggio, se non ci
fossero state le condizioni, non si sarebbe mai mostrato.
Lui cercò nella memoria qualcosa che da parte sua
avesse lo stesso valore di quel dono, qualcosa che lei gli avrebbe regalato con
le medesime intenzioni, e che da lui fosse usato nello stesso modo, ma non
trovò nulla, nemmeno il diapason, quello – come poteva essersi dimenticato del
diapason, dimenticandosi anche del ricordo? Quello fu il dono che lei gli fece,
ma lui neanche se ne rammentò. Alla vista di quelle parole scritte sulla spina
del libro, dapprima provò a negare, ma di fronte alla sua propria calligrafia,
si confuse, pensando se potevano ancora dirsi valide, se quelle frasi non
avessero con il tempo perduto quell’importanza che ai tempi lui provò a dargli.
Egli rimase un po’ in sua compagnia, insieme rilessero
passi di quella filosofia, stupefacendosi che potesse significare ancora molto,
facendo a gara a chi l’avrebbe detta più grossa.
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.