mercoledì 23 ottobre 2019

Ethica


Lui faceva consegne a domicilio; non può essere che così, salendo le scale con piglio energico, senza il minimo accenno di affanno, suonando alle porte degli altri senza tema di disturbare, anzi con la nemmeno tanto segreta coscienza di essere atteso, di quel tanto che al suo arrivo gli umori si alleggeriscono e le mance si predispongono, lui che non ha mai il dubbio di interrompere qualcosa o qualcuno, lui che è sempre sicuro che dovunque andrà le porte gli si apriranno come per magia -- nel segreto, lui aveva un dubbio.
Un giorno, gli capitò di consegnare tre cavolfiori – anzi: un cavolfiore, un cavolo nero e un broccolo, tutti e tre avvolti in carta argentata e quindi indistinguibili l’uno dall’altro se non per una certa modellatura dell’involucro – al numero dieci della via. Lei lo riconobbe subito, lui finse ancora per poco, palleggiando i tre pacchetti con disinvoltura, posandoglieli sul ripiano della cucina o dove più le aggradisse. Fu sorpreso perché riteneva che non avrebbe dovuto mostrarglisi di nuovo, lei, soprattutto dopo tanti anni.
Lei tirò fuori il libro che le aveva regalato, l’Ethica di Spinoza, con le legature allentate per il troppo consultarlo. La copertina, smembrata e tenuta su da un soccorrevole e strategico nastro adesivo, rivelava sul dorso interno della costola, dove è la colla che tiene insieme i fili della legatura, la dedica che le scrisse all’epoca, parole annotate in uno spazio segreto, e che mostrava l’incapacità di scrivere qualcosa di più grande di ciò che era già stato scritto dall’Autore stesso in quel testo così importante. Lei gliela mostrò, commossa che qualcosa potesse rivelarsi solo dopo un uso continuato, diuturno.
Anche lei lo stava dunque aspettando, il libro aperto sul tavolo, un’apertura abituale, consueta, a vedere com’è ormai squadernato quel volume: non è possibile che in tutti quegli anni trascorsi distanti quella sia stata l’unica lettura, né è possibile pensare a un pensamento continuo dell’altro, per chi quell’altro non è. Qualcosa in quello Spinoza ci dovrà pur essere per lasciare un siffatto segno. Un uso che sarà stato necessariamente continuo o permanente, o altrimenti la rilegatura non si sarebbe mai allentata per rivelare il messaggio segreto che lui le scrisse ai tempi, quando l’amava così tanto che pareva non esserci nulla di più grande. Quel messaggio, se non ci fossero state le condizioni, non si sarebbe mai mostrato.
Lui cercò nella memoria qualcosa che da parte sua avesse lo stesso valore di quel dono, qualcosa che lei gli avrebbe regalato con le medesime intenzioni, e che da lui fosse usato nello stesso modo, ma non trovò nulla, nemmeno il diapason, quello – come poteva essersi dimenticato del diapason, dimenticandosi anche del ricordo? Quello fu il dono che lei gli fece, ma lui neanche se ne rammentò. Alla vista di quelle parole scritte sulla spina del libro, dapprima provò a negare, ma di fronte alla sua propria calligrafia, si confuse, pensando se potevano ancora dirsi valide, se quelle frasi non avessero con il tempo perduto quell’importanza che ai tempi lui provò a dargli.
Egli rimase un po’ in sua compagnia, insieme rilessero passi di quella filosofia, stupefacendosi che potesse significare ancora molto, facendo a gara a chi l’avrebbe detta più grossa.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.