La bravura del regista sta nell’isolare dal mondo
circostante la scena che sta girando, separando l’inquadratura dal caos. Quando
Federighi girò la famosa scena del bagno solitario di Dora, nel film
sull’amicizia, quando in mezzo alle onde ella si affanna, disperata per
l’assenza dell’amato, quando il suo occhio pare spaziare per il mare che noi
immaginiamo deserto, quello stesso mare ai bordi della macchina da presa era
saturo di curiosi che guardavano, rumorosamente commentando ogni cosa – sullo
schermo, vediamo soltanto la donna che nuota tristemente in un mare deserto.
L’occhio del Maestro riuscì a cancellare tutta la realtà dalla realtà
proiettata, facendo di quella scena, ancora oggi giustamente ricordata come
esempio, il cardine di tutta la storia.
Invece, qui basterebbe puntare l’obbiettivo e
riprendere quello che si vede. Filiamo a gran velocità sull’autostrada, il
nastro taglia la campagna abbandonata. Le terre, disabitate dagli uomini e dai
costruttori, sono un ininterrotto pianoro brullo, incoltivabile, terreno di
scarto senza più vita né interesse. Le bande di uomini-donna percorrono la
zona, questa è già la seconda che incontriamo. Si trascinano come cagnolini al
guinzaglio gli attrezzi da scavo: martelli, picconi, trivelle. Con quelli,
scavano la terra in cerca di sostentamento. Sono vestiti con abiti succinti,
poco più che strisce di tessuto a colori fluorescenti a coprire le vergogne.
Hanno catene e tacchi a spillo e capelli cortissimi, trattenuti da retine in
tinta con i vestiti.
C’est le désert, c’est la vie, c’est la fin, un
deserto domestico, italiano, da boom economico, creature quelle di
quest’improbabile benessere, abbandonati a loro senza istruzioni, vaganti in
cerca di indizi con cui ricostruire il mondo appena perduto. Non hanno vergogna
perché averla è un lusso. Si fanno innanzi mascherati da passi incerti,
traballando sui tacchi dai colori sgargianti. Si trascinano dietro le loro
masserizie in catene, ma senza rumore né fatica, come in una parata o una
festa, sventolando i boa piumati a loro comodo. Qualcosa li guida, perché il
passo è determinato e sicuro, come se in questo pellegrinaggio ci fosse
un’idea. I cantieri abbandonati dànno alla scena l’orizzonte spettrale che le
compete. I viadotti tagliano a misura il nastro grigio dell’autostrada. Nei
quadranti così ottenuti, si muovono, ci muoviamo.
Basterebbe riprendere tutto così come è e sarebbe
ancora incredibile, come i colpi di martello dati con impercettibile pazzia da
quelle figure come se saggiassero le cose ancora ignote, come se da quei colpi
venisse un piacere a noi negato, come se quelle persone a metà riuscissero a
sentirsi vive: vagano, si spostano senza dimora. Qui non li accoglie nulla,
solo l’autostrada corre veloce, con noi a bordo della vettura, unici utenti,
intenti ad andare lontano.
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