mercoledì 15 aprile 2020

I due lavoranti

E l’esame? L’esame, com’è andato? L’esame è per qualcosa di nuovo, è per rinnovare, per iniziare qualcosa: non fare allora i vecchi errori, smerciando di te una parte avariata o senza sapore. Pensa a quel che scrivi e soprattutto scrivilo bene e senza errori, guardando ciò che scrivi, leggendolo dopo averlo scritto come si leggerebbe uno scritto di un altro per vedere se si legge, se è possibile leggere e capire cosa c’è scritto – e solo allora presentarlo alla commissione, che appositamente sta lì senza fretta, rimarcando su quell’assenza di fretta che deve tornare a tuo vantaggio, senza affrettarti nemmeno quando ti faranno domande su ciò che hai scritto, oppure non saprai nemmeno che è di te che si sta parlando, è a te che l’intero discorso si rivolge.
In officina, dopo l’esame e dopo il turno, c’è una festicciola. I due vecchi lavoranti, con ancora indosso il grembiule grigio, con un bicchiere di spumante in mano, si avvicinano l’un l’altro e, spinti dalla consuetudine e anche dal fatto di avere appena passato l’esame, iniziano a parlare svagatamente di cose intime, senza parere aprendosi più del necessario, finendo a fare discorsi in cui uno loda se stesso con convinzione ma con nessuna base, nessuna opinione a sostegno se non la propria:
- Quando io penso, mi viene spontaneo immaginare persone che parlano, e discutendo fra loro imbastiscono un dialogo davvero mai sentito. Quando io penso alle cose, esse mi narrano una storia fluente che io osservo con attenzione, ritenendola nella memoria. Poi, quando la storia è o appare conclusa, io non faccio altro che trascriverla, e il romanzo è fatto. È un dono che io ho e che non mi costa nessuna fatica.- , dice uno.
E l’altro ribatte: - Io, invece, talvolta, mentre guardo lo scorrere delle cose, mi capita di indovinare dove si vanno dirigendo, come si apriranno, come si muteranno nel tempo che sta scorrendo mentre io guardo. Non è come la classica sensazione del già-visto, è qualcosa che dura un secondo interminabile, e dico secondo per farmi capire perché in verità il tempo si è come fermato. In tale sospensione, io mi dico ora accade questo, ora quello, ora quell’altro, e le cose succedono proprio come mi son visto con quell’occhio fuori dal tempo.
- Macché, cosa dice, non è vero nulla…
- Come, non è vero! Io mi debbo sorbire quella sua storia e accettarla come vera quando nulla so dei suoi processi mentali, perché appunto sono cose sue e non mie, accettando tutto come realtà, e lei non crede a un fatto mio, ugualmente non verificabile, ma tanto comprensibile quanto comune! No, caro mio, a queste condizioni non ci sto.
- Ma il film dell’esame, lei, lo ha visto? Lo ha capito?
- Sì, certo… cambia, cambia, cambia…
- …cambia, cambia…
- …è un film che cambia sempre. Così ne parla la gente quando gli si riferisce.
La macchina da presa, tenuta a spalla, ma senza scosse né urti violenti, avanza in uno spazio figuratamente delimitato dalla cosiddetta prospettiva centrale, quella con un solo punto di fuga. Questo spazio non è sempre limitato o espresso chiaramente, ma soggiace a ogni inquadratura come una gabbia tipografica. Il movimento della macchina è appunto l’avanzamento in questo spazio prospettico, che rimane centrale e con una sola fuga anche quando per esempio si trova in spazio aperto: la prospettiva, o meglio la gabbia della struttura spaziale inquadrata è data dal movimento in avanti. Il muoversi lo rende così: su questo fatto non lo ripeterò più, che sia ben chiaro anche nel prosieguo della spiegazione.
In questo spazio accadono molte cose e nessuna, l’una cosa derivante da ciò che l’ha preceduta, che darà vita a quella che la seguirà. Ma non per la legge di causa ed effetto, ma per la mutazione della forma esteriore della cosa inquadrata, sottoposta alle deformazioni tipiche di ogni vivente, che si tramuta facilmente in altro. Un esempio più concreto aiuterà a comprendere meglio: si vedono dei giocatori di rugby o di calcio, non è chiaro per la ripresa di spalle, che corrono in gruppo verso la meta. Si vedono le groppe ondeggianti sotto la spinta della corsa (è un primo piano ma il quadro, come si è detto, non sobbalza, ma è ben fermo). Le casacche con i disegni del team sono tese sulla colonna vertebrale, e con la luce del sole tendono a rimandare colori che non son più quelli della squadra a cui appartengono, ma chiazze mimetiche di una tuta militare. Ecco che i giocatori all’assalto della porta avversaria si tramutano in soldati all’attacco o in cerca di riparo perché sorpresi da un’imboscata (la ripresa è sempre di spalle, nessun volto è riconoscibile). Lo spazio ora pare aprirsi per il dividersi a destra e a sinistra del gruppo di uomini, ecco che si intravede il campo di battaglia. Un paracadutista scende veloce dal cielo e atterra, subito dilaniato a metà da una ruota di metallo di un carro armato (ancora l’aprirsi, il dividersi) che rotola nel campo della m.d.p., che s’intende sempre moventesi in avanti. Il corpo diviso a metà si divide ulteriormente rivelando un nuovo paesaggio, dei tetti rossi, a scala, che assecondando il movimento che tende sempre, per effetto dell’avanzamento, ad aprire il campo della ripresa, si muovono come stantuffi quali essi rivelano di essere. E così via, così via, tutto cambiando, sempre avanzando, tagliando in due lo spazio nel senso di marcia della macchina lungo la linea centrale che per la prospettiva si riduce a punto. Anche i caratteri delle scritte che accompagnano quelle immagini, e che formano i titoli di testa e i nomi delle persone coinvolte nella pellicola sono studiate in modo particolare, mostrando da un lato l’aspetto consueto di lettere e numeri, e dall’altro altre cose per il modo in cui sono raggruppate: un cursore, un gomitolo, una trottola, un guscio di noce, un groviglio di elastici…
In tal modo, tutto quello che appare nel film è, oltre ad essere immagine di sé, anche figura d’altro. Il titolo, altrettanto curioso, è Nazi’s, con il genitivo sassone. È un esempio netto e preciso del cinema satirico belga-spagnolo, ma in questo modo si comprende bene l’imbarazzo dei due vecchi operai, la loro angustia nei confronti dell’esame appena fatto.


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