Due farfalle nere, uscenti dallo spiraglio di una porta socchiusa, dal buio provocato da uno stipite e un battente quando stanno per incontrarsi e nella fessura che si chiude non vi è più niente che è possibile vedere, nell’angolo tripartito delle pareti e del soffitto, più lontano dalla finestra dove entra la luce, in un momento in cui non si è abbastanza attenti perché il tempo scorrendo produce cose ed eventi – due farfalle nere, ecco, che sbattono le ali con movimento di cardiogramma, una di qua e una di là, talvolta a coppia talvolta separate come per distrarre un avversario, disegnando ombre solide che ingannano sulla profondità di campo (anzi, le due farfalle si muovono come se una fosse l’ombra dell’altra proiettata su una parete dal profilo mutevole) si muovono intorno alla stanza.
Non si può andare finché non le si è sistemate in qualche modo. Rinchiuderle nella scatola, ora che sono fuggite, non si può più. Calpestarle nemmeno, che sono agili e imprendibili. Schiacciarle, forse, o aspirarle con una pompa a vuoto, per toglierle allo spazio e abbandonare finalmente la casa. Se si è abbastanza veloci, più di loro, è possibile, ma i loro movimenti sono incalcolabili con i numeri in nostro possesso. Si dev’essere sicuri del successo, se si agisce, altrimenti è meglio non provare nemmeno.
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