Il lungo corridoio separava la porta della camera da quella d’ingresso. Piccole finestrelle in alto sulle pareti, pesantemente adornate queste da quadri, quadretti raffiguranti scene di genere, stampe dozzinali e disegni a matita, ricoperte da carta da parati anch’essa riccamente ornata, assicuravano l’aerazione ma non la luce, a cui si cercava di rimediare con due o tre lampadine disposte ad intervalli regolari, una prossima alla stanza in cui ci trovavamo adesso, una vicina all’ingresso, una più o meno a metà strada fra quelle: non ci si vedeva molto, ma la luce era calda e accogliente, e nascondeva (cosa molto importante) le imperfezioni disseminate ovunque, nei quadri, i quadretti, le pareti, il pavimento, la mancanza d’aria. Ma si stava bene, si avevano un sacco di idee su come occupare i minuti via via che ci si presentavano davanti.
Quelle luci le tenevamo spente: ormai, di quella casa, e di quel corridoio, se ne sapeva più di quanto fosse desiderabile sapere. Così, ci preparavamo per uscire, all’epoca e al momento in cui questa narrazione si svolge.
Le voci dei bambini si sentivano già da dietro la porta chiusa, o almeno ci parevano tali, nella foga dei preparativi non c’era tempo di farci caso. C’era semmai da mettere a posto certi dettagli nel vestire, l’abbigliamento della festa insomma, e questo forse giustificò una nostra eventuale mancanza a proposito dell’origine di quelle voci. Avvicinandoci alla porta d’ingresso per uscire sulle scale (una sola rampa, dritta dalla nostra porta al portone giù da basso che dava sul cortiletto interno, e seguire il corteo fino alla piazza) ci accorgemmo della stranezza di quelle voci dietro la porta: ripetevano in tono e con voce squillante una medesima frase, una formula incomprensibile (forse lo spessore del legno ci impediva di udire correttamente?), impossibile da ricordare che cosa veramente dicessero; era una sorta di squittio continuo, con poche variazioni, in cui mille e mille voci si sovrapponevano a formare un suono ronzante, molto acuto, di voce bambinesca appunto. Non appena ci rendemmo conto, con un certo orrore, comprensibile forse se si rapportano le aspettative che avevamo un momento prima della delusione (ma perché chiamarla delusione, fu proprio paura delle nostre percezioni), di quello che stava accadendo, serrammo la porta con tutte le mandate, le finestrelle in alto sulle pareti chiuse, e la stufa riempita da stracci e vecchi giornali spinti a forza per intasare il tubo, le finestre che davano sulla via chiuse con gli scuri, facendo attenzione a non guardare, e noi chiusi nella camera di fondo: non volevamo vedere, non volevamo sapere, si voleva solo che la cosa smettesse presto di angosciarci, che quel rumore anomalo terminasse. Che cos’erano, quelli? Bambini, o topi forse? Indemoniati, di sicuro, contagiati da qualche segreta forza a noi sconosciuta e da cui cercavamo di proteggerci. Troppo tempo passammo a prepararci, vestendoci nei nostri armadi, distratti dalle fogge degli abiti, dai loro colori e trame, irrimediabilmente deviammo l’attenzione dalle cose, e ora qualcosa di sconosciuto ci si parava davanti inaspettato. Come riconoscerlo? Non lo facemmo, infatti, accontentandoci di chiuderci in casa.
Cercammo un punto di fuga, una finestra (ideale, stavolta) da cui avere quella veduta tanto desiderata, quel punto impossibile che sempre nei nostri sogni si ripresenta: quattro segni circolari su una soglia, quattro impronte a distanza di pochi centimetri l’una dall’altra, quattro segni come se qualcosa fosse stato rimosso e solo quelle forme rimanessero a testimoniare – ma cosa? C’è sempre una stanza che è posta al di fuori degli spazi continui del ricordo, una stanza dimenticata che si cerca ogni volta di ricordare senza successo, un punto su un piano posto al di sopra o preferibilmente al di sotto da dove si gode una prospettiva nuova, che dà nuova luce e linfa a quel piano perennemente e senza sosta esplorato. Quella stanza che (e non si sa trovare altra parola che la definisca e la spieghi) è al-di-fuori – ed è là che ci rifugiamo ogni volta, è là che noi crediamo di entrare per capire ciò che in questa dimensione sta accadendo, è là che non entriamo mai.
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