Quest’uomo, che dovrebbe essere un portalettere ufficiale, si comporta invece da buffone, recitando (in modo sconcio e allusivo) le missive che dovrebbe invece consegnare. È un tipo alto, capelli a spazzola, e nulla si sa d’altro perché chi l’ha visto in azione lo ha potuto vedere soltanto incorniciato dal vano della porta, aperta per accoglierlo (e non suona nemmeno il campanello, dobbiamo noi attendere lui) ritto sulla soglia in controluce, le fattezze cancellate dal barbaglio del sole.
Prima che arrivi, si fa buio, un buio innaturale: si spengono le luci nei corridoi dei palazzi, negli androni, per le scale e i pianerottoli, solitamente ampi e comodi, negli ascensori. È una misura precauzionale. Anche il cielo non pompa più la luce necessaria a distinguere (si dice distinguere così, in generale), e l’occhio stenta a riconoscere, nei profili delle cose, gli oggetti a lui tanto cari. Ci si aiuta con le voci, umane e non, e per un po’ sbatacchiando e parlando per farci riconoscere andiamo avanti bene, senza grandi disagi. I ciechi sono quelli che si trovano meglio di tutti: si agitano flessuosi nello sciame di realtà che li circonda. I sordi, invece, è come se fossero morti. Tutti gli altri, si arrangiano alla meglio.
Prima che arrivi, è tutto un bussare alle porte, un agitarsi inutile, come se le menti fossero infebbrate da una precisione insensata: si corre in su e in giù cercando di rimediare ai torti, che poi tali non sono, profondendosi in spiegazioni prolisse e inutili su fatti del tutto irrilevanti… Dura poco, questa frenesia, perché poi arriva lui, e quando arriva si deve fare bene attenzione a ciò che dice, mandandolo a memoria senza fallo né ritardo, perché non c’è sostegno d’altro che della parola detta. E questa è la prima e l’ultima chiamata, non c’è da sperare in un richiamo successivo. Pur quel messaggio riguardandovi, egli non userà il vostro nome, non lo dirà nemmeno usando sciocchi nomignoli, assurdi e vezzeggiativi. Nondimeno, il messaggio è proprio diretto a voi, fatto di parole che a voi s’indirizzano e vi riguardano, desiderii, informazioni che in altro modo non è possibile ottenere.
Parlandovi, e parrà che vi stia dicendo tutt’altro, capiterà che vi tocchi, in modo anche offensivo; parrà che non gli importi nulla, né del messaggio né di voi. Il fatto di essere atteso così ardentemente non gli dà sensazioni né lo obbliga a ordini: ha l’autorità superiore dalla sua, quella che gli ha consegnato il da-dire. E quello lui lo dice, a pezzi, come controvoglia: dovrete stuzzicarlo con domande e paradossi, e con molto dubbio. Allora, cederà, quasi sottovoce. Lasciandosi sfuggire quella paroletta che è un consiglio – badate bene di coglierla, quella paroletta, e di seguirlo, quel consiglio. Non lo ripeterà. E tenete bene a mente senza confondere nomi e numeri il giorno e l’ora della convocazione, e il luogo e la via, dettagliatamente.
Una volta non sarà sufficiente: se ne sta già andando, richiamatelo, corretegli appresso e con mano risospingetelo sulla soglia, riprendendo le rispettive posizioni, e ripetetegli tutto parola per parola. Lui farà un cenno a ogni dire, per confermarlo, ma non dirà più di quanto ha già (una sola volta) detto.
-Lunedì 19 (cenno), alle 19 (che strano, anche di sera…) (cenno), in via (e qui la ripetizione non aiuta, che già dalla prima volta non si era capito) (suono indistinto che imita l’indistinzione recitata dal messaggero) (cenno) – e questo l’avete capito, finalmente. Finalmente si potrà procedere.
-E portate un secondo maglione. –
Detto questo, se ne va.
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