Lo spaccio, che fa anche da speziale, ha l’ingresso fra la scuola e l’albergo: è un’istituzione molto antica, risalente al medio evo. L’ingresso è per questa ragione scavato nella viva roccia, come un antro scuro, che dopo alcuni passi si apre in un salone spaziosissimo e modernamente arredato. Entrando, vi è un dispensatore di numero: prendendone uno si acquista automaticamente un posto nella fila d’attesa, che in questo caso può tranquillamente slargarsi nel mezzo dell’ampio salone, poco illuminato a dire il vero da una vetrata opaca sul soffitto. I fatti recenti hanno distrutto i nostri averi e aspettative, ed è per questo che siamo in coda. Il servizio è continuamente rallentato da intrusioni di persone che chiedono alloggio credendo dall’ingresso che questa sia la scuola o l’albergo, entrambi requisiti dalle autorità, e la frustrazione assommata alla lentezza delle operazioni di smaltimento posticipa in ogni secondo i nostri desideri, il loro esaudimento: in ambasce ci siamo allontanati dalle case per raccogliere i beni di prima necessità, per noi e i nostri cari, e desideriamo fare ritorno al più presto alle rovine che sono le nostre dimore – e tutto è invece ad ogni istante rallentato fino all’arresto. Se noi non fossimo cittadini dell’Orlo, di quella zona vitale che non è vita ma che ancora non è nemmeno morte, se noi non fossimo abitatori del dubbio, volentieri ce ne staremmo fuori da tutto questo, e anche dalle conseguenze. Nessun sollievo ci viene alfine dal sapere che la richiesta del postulante di turno è stata soddisfatta e che quindi è potuto ritornare a casa: continuamente le operazioni sono interrotte da ignoti che nulla hanno a che fare con noi, e che cercano alloggi di fortuna.
-Andate via, signori-, verrebbe da dire loro, -lasciateci questo spazio a noi e arrangiatevi! Nessuna necessità ci accomuna -. Ma non abbiamo più parole, l’attesa ci ha abbrutito. Soltanto il vecchio gestore, un volto che è quasi una maschera, con quei denti sporgenti e la barba folta, all’ennesima intrusione sbotta: -Adesso ho capito perché non vendo nulla -. A questo dire, noi e lui scoppiamo a ridere d’un riso davvero divertito, liberatorio, che sorge dai polmoni e libera il petto, tanto che quasi non sentiamo più il freddo e la febbre, come se a un tratto tutto questo non ci riguardasse più, e noi e lui appartenessimo tutti a un’altra regione del mondo, a un altro mondo addirittura.
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