mercoledì 17 marzo 2021

Note su K.

Quando questo racconto era conosciuto nella antica tradizione, esso era suddiviso in capitoli, alcuni brevi altri più lunghi. Di questi, il numero diciassette, per la qualità delle cose narrate, era da tutti considerato il migliore e più degno di menzione, quindi il più letto e conosciuto. Esso infondeva speranza nei cuori, sia durante la lettura sia nelle rammemorazioni, e per questo motivo era entrato nei modi di dire il detto: datemi un po’ di speranza diciassette. Questo fino a che io non produssi una nuova e più agevole traduzione di quel testo, che narrava delle imprese di K. Gli amici di K. potevano essere deboli e insignificanti, e anche io non è che fossi una cima né un prodigio: eravamo tutti quanti privi di un discorso interessante e profondo, le nostre anime erano povere. Ma K. era una vera forza della natura, insondabile e denso, ricco di sfumature anche quando non pronunciava parola, in grado con il suo silenzio di sostenerci.
Io, quei fatti narrati ebbi la fortuna di vederli da vicino, come testimone più prossimo alla verità (ed ero ancora abbastanza lontano, come si vedrà più avanti), più di tutti. Mi ricordo della lotta intensa che K. intraprese con la montagna. Non vidi gli incontri preliminari, fui testimone solo della conclusione dei fatti. Ci furono scontri terribili, fatti di parole e di pensieri, dove K. si faceva innanzi salendo sul fianco della montagna: là in alto si abbandonava a dialoghi che non riuscivamo, per la distanza fisica che ci separava da lui, ad intendere. Si è detto spesso: perché affidarsi a K. mani e piedi legati nella speranza che ci salvi e ci conduca fuori dall’inferno? Io non so che cosa rispondere a questa domanda, ancora oggi mi mette in imbarazzo: me la sono posta tante volte, soprattutto nei momenti difficili in cui la memoria non arrivava a confortarmi. Adesso, ripensando a quei giorni passati con lui sul fianco del monte ho quasi pronta una risposta, ma le parole che la formano rifiutano di mettersi insieme e sostenere la visione, tanto questa è incomprensibile.
Infatti, noi eravamo lontani, non vedevamo tutti i dettagli: era K. ad aver voluto così, non voleva che ci ferissimo a contatto con l’ignoto. Egli saliva sul fianco del monte e lassù si abbandonava a brevi e intense invettive. Doveva certamente essere così, anche se i suoni non giungevano fino a noi, attutiti dalla boscaglia; vedevamo i suoi gesti, e intuivamo che la lotta intrapresa con quegli spiriti (spiriti, fantasmi o immaginazione? ancora oggi con certezza non lo so) doveva essere dura, ce ne accorgevamo quando ritornava da noi, al punto che le parole scelte per combatterli erano frutto di intense meditazioni, meditazioni di K. fatte in solitudine densa, parole pesate e pesanti. Un solo discorso, una sola parola risonò, una sillaba, o almeno così ci parve, scosse il monte facendolo franare in una moltitudine di pietre. Una sola vocale ebbe quel potere, e l’intensità fu tale che le apparenze crollarono rivelandoci il vero e l’essenza di quel monte che, ancora impenetrabile, si ergeva di fronte a noi. Una sola parola – questo ancora oggi ci turba, il non ricordarsi quale fosse.
Io, come ho detto, vidi soltanto l’ultima parte della lotta, quella che condusse al crollo: fu una giornata più breve delle altre, l’unico giorno in cui K. permise che lo accompagnassi. Giungendo al punto prefissato, egli si inerpicò su per il versante. Non era una salita ripida, alcune radici sporgenti fornivano sostegno a mani e piedi. Salì agilmente, finche non lo confusi con le macchie di vegetazione là in alto. Vedevo che si muoveva, ma fu questione di un secondo o due, il tempo di pronunciare quella sillaba potente, e subito ridiscese di corsa, ordinandomi di mettermi al riparo.
La montagna stava crollando, prima con un rumore sordo e lontano; poi repentinamente la struttura cadde pietra dopo pietra, rovinando da basso, sfiorandoci e proseguendo la corsa verso la vale. La montagna, però, rimase ritta davanti a noi. Rimase in piedi la struttura, e noi tutti ci guardammo, cercando di capire la natura di quel crollo. K. naturalmente non volle parlarne: la morte non ha risposta, e però è inevitabile. Questo è il nodo insolubile. Cerchiamo di mitigare quell’orrore facendo paragoni, ma la cosa ci viene male per il carattere ignoto della questione, che supera ogni nostra possibilità di capire. 

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