Giunsi ai conforti domestici molto tempo prima di essere arrivato. Mi ci abbandonai sperando di trovare consolazione. Anzi, pensando che il tocco del tessuto sulla pelle mi avrebbe aiutato nell’impresa, indossai il pigiama e la veste da camera, e in pantofole mi disposi a superare, al buio, l’ultimo tratto di strada. Forse non mi avrebbe visto nessuno, forse passando da un marciapiede all’altro e passando fuori dal cono di luce dei rari lampioni, sarei riuscito ad arrivare a casa senza essere notato. Ma erano molti i passaggi che mi ostacolavano rendendo vana quella speranza: il locale notturno, e più avanti il teatro e la fiera, poi i gabinetti pubblici e infine l’arrivo. Fra questi ultimi due, giardini e alberi.
I capannelli di gente fuori, all’uscita degli spettacoli, fu facile saltarli, nessuno se ne accorse. Passai abilmente fra le ombre, io vedevo tutto stando attento ai loro sguardi; ma erano sguardi ciechi, non mi avrebbero visto nemmeno alla luce piena tanto erano pieni quegli occhi delle luci della ribalta e del varietà. Più difficile, la fiera, dove i compratori si aggirano sperando di cogliere grazie all’ora l’occasione fugace, frugando tra gli addetti che spostavano le merci in previsione dell’indomani.
Il bagno pubblico fu una tentazione, condivisa con uno sconosciuto che, forse per paura e disposizione mentale, mi assalì con brutte parole e gesti rudi; ma le mie furono parole e gesti altrettanto grossi e paurose, cosicché egli subito si zittì timoroso. L’oscurità non perdona, ci rende diversi da come siamo in pieno giorno, e non temiamo di apparire anche diversi da come siamo: ma non saprei dire se quella diversità sia più o meno reale della consuetudine, e della faccia rassicurante.
Di fatto, abbandonarsi ai piaceri di un gabinetto pubblico è un gioco pericoloso, soprattutto se si è in pigiama e vestaglia come me: i brutti pensieri si fanno strada fino all’altro occasionale, così bisogna sempre tenerne conto e adeguarsi.
Arrivai a casa, ma non c’era nessuno ad attendermi, così mi disposi tutto tremante che arrivasse qualcuno e giustificasse la mia presenza fuori dall’uscio: non avevo che una faccia, senza nome né agganci, chi mai mi avrebbe permesso di restare a lungo? Finalmente, arrivò; mi abbandonai sulla poltrona disponendomi ad accoglierla fra le mie braccia. Venissero pure tutti, ora, entrassero a curiosare. Mi farei schermo con il suo corpo pieno e desiderabile, corpo divenuto amabile pretesto, e loro guarderebbero soltanto alla sua bellezza e alla mia fortuna che la tengo fra le braccia, e ci scommetto che nessuno avrebbe da ridire sul pigiama o sulla vestaglia, tantomeno sulle pantofole, se permettono il raggiungimento di tali obbiettivi.
mercoledì 10 marzo 2021
Verso sud
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