Krasina disse: Quando sarò davanti a loro, aprirò la
mia faccia.
Di Ivan Krasina mai avevamo saputo che cosa pensare;
di carattere pesantemente allegro, molestava chiunque con scherzi e battute
oscene. I primi tempi era divertente, ma poi si mostrò la gravezza di quel suo
comportarsi: era molesto, e inoltre mai riuscivi a indovinare come la pensasse.
Si rifugiava dietro preconcetti e opinioni che spacciava come sue, tutte
contraddicendosi fra loro a un esame un po’ più approfondito. Sperare di
imbrigliare Krasina con la logica era una follia: il suo pensiero non
sottostava a nessuna legge, né il suo parlare era da meno – e non provava
nessuna fatica a comportarsi così. Era tutto un agitarsi, un molestare. Non lo
si poteva nemmeno ignorare, dato che era invadente e manesco al massimo grado:
come far finta di niente mentre due mani a palanca ti toccano tutto,
infastidendoti? Si girava al largo sperando di non essere notati, e quando si
doveva avere un qualche commercio con lui, ad esempio il venerdì notte quando
volevamo un po’ di sesso in camerata (gestiva di nascosto un traffico di
ragazzine, di certo minorenni) si cercava di far veloce e chiudere al primo
prezzo. Lui del resto mai se ne approfittava, e chiedeva sempre cifre per noi
abbordabili.
Quando ci disse che aveva inventato la razione ideale
di cibo, non volemmo credere se non a un’altra delle sue burle atroci: si
sapeva come iniziavano, non si capiva mai come sarebbero finite. Comunque
dicemmo: Sì. Lui intuì il nostro non crederci, e ce la mostrò: la razione
Krasina, una mattonella di cibo precotto e confezionato, una specie di
pasticcio contenente tutto il necessario al sostentamento, alla vita, e non
solo quella del collegio dove eravamo, ma di chiunque e ovunque: la razione di
cibo per l’uomo moderno. Ce la fece assaggiare: al di là dell’aspetto e del
cattivo sapore, quella cosa nutriva davvero, dava forza e intelligenza.
Decise dunque di portarla in commissione brevetti. È
chiaro che un’operazione del genere abbisogna di un resoconto sincero, di una
relazione spassionata di sé, delle motivazioni e degli scopi che ci muovono a
far ciò; e questo, conoscendo noi Ivan Krasina, ci pareva impossibile a farsi e
a dirsi: Egli non era mai stato, non solo con noi ma con tutti, sincero,
aperto, spassionato – in una parola: vero. Ma gli insegnanti, al primo sguardo,
gli avevano già dato il via libera; e noi nulla sapevamo, nulla immaginavamo di
Krasina, Ivan Krasina il confusionario, il burlone.
Infine, arrivò il giorno della partenza. Krasina
davanti alla commissione presentò il suo modello: adesso, come da promessa,
avrebbe dovuto mostrare il suo vero io, spalancando la faccia come ci aveva
detto tempo addietro. Non una confessione che sarebbe stata non vera per le
miriadi di cose giocoforza taciute: quando ci si confessa, si deve dire tutto,
ed è impossibile dirlo a meno di non perdersi in dettagli la cui irrilevanza
non è possibile giudicare a priori. Avrebbe dovuto, nell’illustrare le virtù
della razione prodigiosa, dire i pensieri e i moventi che l’avevano guidato
nell’opera. Avrebbe dovuto, per dirla franca, mostrarsi proprio com’era dentro.
Fu lì che Krasina davvero aprì la faccia spalancando
la bocca e gli occhi – e tutti, all’istante, capirono.
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