Nonna Coppelia siede al banco. Con lei, nonna Eunice,
ma costei si limita a starle dietro, anche fisicamente. È Coppelia, infatti, a
tirare i cavi della cassa, cavi a cui sono attaccati i bottoni con le cifre, e
a maneggiare i prodotti dandogli un prezzo. Eunice si limita a stare lì,
occhiute entrambi con pupille chiarissime che tutto vedono. Occhi buoni e
terribili.
Entrando in negozio, subito ci avviciniamo brandendo
una banconota come una bandiera bianca: Mia buona nonna, puoi cambiarmela in
moneta? Così diciamo, per ingraziarcela, e lei tutta soddisfatta esegue, non
senza scherzare con l’altra vecchia sull’inadeguatezza del gesto. Non devi
presentare, dice, il tuo corredo di buste vuote; piene, debbono essere. Bene,
diciamo, ma che dirà alla prossima cliente, che proprio mentre ciò è detto sta
mettendo sul banco quelle buste vuote che non si debbono presentare se non
piene? Le ha tutte ripiegate in bella forma, spera forse di poterle comprare
per quello che sono – oggetti.
Nonna Coppelia deve il proprio nome al fatto d’essere
un crogiolo che saggia le anime di chi le passa davanti: gli occhi chiarissimi
scrutano la superficie in cerca del nascosto. Non hanno bisogno di spingersi
nell’interno a frugare l’anima, si accontentano di scorrere tutto il piano alla
ricerca del neo. E lo trovano sempre, non c’è da cercare molto: è così evidente
che per lei non c’è nemmeno gusto. Se non fosse per la parte buona di nonna
Eunice (nome greco-inglese) avrebbe già scaraventato tutti nel più dubbio
inferno, fra gli scaffali a far compere inutili, Invece, così, la si può
avvicinare per futili motivi, come ad esempio spicciolare una banconota, anche
solo per vedere ancora una volta da vicino quegli occhi e sentire negli orecchi
il dolce sarcasmo della sua voce.
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