mercoledì 2 giugno 2021

Le nonnine incipienti

Nonna Coppelia siede al banco. Con lei, nonna Eunice, ma costei si limita a starle dietro, anche fisicamente. È Coppelia, infatti, a tirare i cavi della cassa, cavi a cui sono attaccati i bottoni con le cifre, e a maneggiare i prodotti dandogli un prezzo. Eunice si limita a stare lì, occhiute entrambi con pupille chiarissime che tutto vedono. Occhi buoni e terribili.
Entrando in negozio, subito ci avviciniamo brandendo una banconota come una bandiera bianca: Mia buona nonna, puoi cambiarmela in moneta? Così diciamo, per ingraziarcela, e lei tutta soddisfatta esegue, non senza scherzare con l’altra vecchia sull’inadeguatezza del gesto. Non devi presentare, dice, il tuo corredo di buste vuote; piene, debbono essere. Bene, diciamo, ma che dirà alla prossima cliente, che proprio mentre ciò è detto sta mettendo sul banco quelle buste vuote che non si debbono presentare se non piene? Le ha tutte ripiegate in bella forma, spera forse di poterle comprare per quello che sono – oggetti.
Nonna Coppelia deve il proprio nome al fatto d’essere un crogiolo che saggia le anime di chi le passa davanti: gli occhi chiarissimi scrutano la superficie in cerca del nascosto. Non hanno bisogno di spingersi nell’interno a frugare l’anima, si accontentano di scorrere tutto il piano alla ricerca del neo. E lo trovano sempre, non c’è da cercare molto: è così evidente che per lei non c’è nemmeno gusto. Se non fosse per la parte buona di nonna Eunice (nome greco-inglese) avrebbe già scaraventato tutti nel più dubbio inferno, fra gli scaffali a far compere inutili, Invece, così, la si può avvicinare per futili motivi, come ad esempio spicciolare una banconota, anche solo per vedere ancora una volta da vicino quegli occhi e sentire negli orecchi il dolce sarcasmo della sua voce. 

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