mercoledì 22 settembre 2021

Città di mare

Quanto ci pesavano i nostri strumenti, laggiù in America, a trascinarceli appresso nelle subways, da una all’altra, di corsa, per esibirsi là sotto o in qualche locale pieno di fumo e di gente insensibile alle note da noi suonate, e con quello guadagnare qualche soldo che non bastava a tirare avanti. Quegli strumenti li diciamo nostri, ma in verità ci furono dati dai nostri padri, appartenendo a loro per retaggio e ora a noi per eredità, per cercare fortuna altrove. Quell’altrove noi decidemmo che fosse America, New York, e con quei bagagli andammo fin là a cercare di esistere.
La decisione di venderli fu un sollievo già dall’idea, un’idea venutaci a tutti separatamente ma in unisono, come se a distanza avessimo deciso che non era più possibile continuare. Di corsa, perché ormai il passo era quello, passammo da vari banchi dei pegni: in quel paese si trovano ovunque, ogni strada ne ha uno, e sono sempre pieni di gente che fa la fila per vendere qualcosa di sé nel tentativo di vivere, proprio come noi che avevamo cercato fino a quell’istante di fare affidamento sulla musica, senza riuscirci. Quindi, ci mettemmo in fila, anzi tre distinte file in tre diversi Pawnshop, con lo strumento (violoncello, chitarra, ecc…) a favore del banco per meglio e più rapidamente farlo valutare e ricevere al più presto quel bel po’ di soldi che tanto desideravamo.
Fu un affare veloce, da quelle parti tutto va rapido. Come pesavano, i sacchetti di monete dateci in cambio di quell’eredità ingombrante! Niente più corse a raccogliere spiccioli persi dai passanti nelle gallerie della metropolitana, niente più serate con lancinanti stomaci vuoti, senza più strumenti ma con in mano un differente tipo di peso, l’America si apriva finalmente davanti a noi, riempiendoci i polmoni. Per prima cosa avremmo trovato un impiego fisso, e poi tutto, anche i pasti e l’alloggio, sarebbe venuto in seguito. Com’era bella, ora, l’America. Un posto vero in cui viverci, lontano dalla memoria e dai rimproveri della storia da cui tutti provenivamo. Com’è dolce adesso quest’America diventata di casa, piena di scalette e ringhierine e strade in salita come una qualsiasi città di mare, con le strade ingombre di tavolini e i tavolini ingombri di tazzine vuote, sporche di caffè e bevande. Ecco che finalmente s’apriva in fronte a noi lo sterminato ventaglio delle possibilità, e solo ora capivamo, con il sangue che correva rombando nei meandri del cervello, cosa volesse dire vivere, il vivere che per noi era sempre stato mantenere l’esistenza.
Molto di più era, adesso: era fantasia e forza. Ora, l’America ci è talmente familiare che ci appare come casa nostra, senza più ingombri. Siamo invincibili, soli, contando su di noi e ognuno di noi solo su se stesso. La vera vita ora era America New York.

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