Quanto ci pesavano i nostri strumenti, laggiù in
America, a trascinarceli appresso nelle subways, da una all’altra, di corsa,
per esibirsi là sotto o in qualche locale pieno di fumo e di gente insensibile
alle note da noi suonate, e con quello guadagnare qualche soldo che non bastava
a tirare avanti. Quegli strumenti li diciamo nostri, ma in verità ci furono
dati dai nostri padri, appartenendo a loro per retaggio e ora a noi per
eredità, per cercare fortuna altrove. Quell’altrove noi decidemmo che fosse
America, New York, e con quei bagagli andammo fin là a cercare di esistere.
La decisione di venderli fu un sollievo già dall’idea,
un’idea venutaci a tutti separatamente ma in unisono, come se a distanza
avessimo deciso che non era più possibile continuare. Di corsa, perché ormai il
passo era quello, passammo da vari banchi dei pegni: in quel paese si trovano
ovunque, ogni strada ne ha uno, e sono sempre pieni di gente che fa la fila per
vendere qualcosa di sé nel tentativo di vivere, proprio come noi che avevamo
cercato fino a quell’istante di fare affidamento sulla musica, senza riuscirci.
Quindi, ci mettemmo in fila, anzi tre distinte file in tre diversi Pawnshop,
con lo strumento (violoncello, chitarra, ecc…) a favore del banco per meglio e
più rapidamente farlo valutare e ricevere al più presto quel bel po’ di soldi
che tanto desideravamo.
Fu un affare veloce, da quelle parti tutto va rapido.
Come pesavano, i sacchetti di monete dateci in cambio di quell’eredità
ingombrante! Niente più corse a raccogliere spiccioli persi dai passanti nelle
gallerie della metropolitana, niente più serate con lancinanti stomaci vuoti,
senza più strumenti ma con in mano un differente tipo di peso, l’America si
apriva finalmente davanti a noi, riempiendoci i polmoni. Per prima cosa avremmo
trovato un impiego fisso, e poi tutto, anche i pasti e l’alloggio, sarebbe
venuto in seguito. Com’era bella, ora, l’America. Un posto vero in cui viverci,
lontano dalla memoria e dai rimproveri della storia da cui tutti provenivamo.
Com’è dolce adesso quest’America diventata di casa, piena di scalette e
ringhierine e strade in salita come una qualsiasi città di mare, con le strade
ingombre di tavolini e i tavolini ingombri di tazzine vuote, sporche di caffè e
bevande. Ecco che finalmente s’apriva in fronte a noi lo sterminato ventaglio
delle possibilità, e solo ora capivamo, con il sangue che correva rombando nei
meandri del cervello, cosa volesse dire vivere, il vivere che per noi era
sempre stato mantenere l’esistenza.
Molto di più era, adesso: era fantasia e forza. Ora,
l’America ci è talmente familiare che ci appare come casa nostra, senza più
ingombri. Siamo invincibili, soli, contando su di noi e ognuno di noi solo su
se stesso. La vera vita ora era America New York.
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