A squassarlo non erano i fantasmi, ma una certa voglia
impalpabile, che sfuggiva a ogni nome tutte le volte che si cercava di
definirla. Non di meno, quel fatto mentale sussisteva, e lo guidava netto in
ogni azione, senza sbavare mai se non dalla bocca che (forse a causa di qualche
malattia indefinita) non chiudeva bene, impedendo la pronuncia corretta di
certe parole. Anche se probabilmente non aveva combattuto in nessuna guerra,
aveva un aspetto molto americano, da reduce del Vietnam: canottiera militare,
occhiali Rayban, piastrina di riconoscimento, mozzicone spento fra le labbra, e
un’espressione poco raccomandabile.
Quel corpo, esibito sfrontatamente, era coperto là
dove lo segnavano alcune ferite, ma le tare più profonde dimoravano di certo
nella sua mente, una mente reattiva al massimo grado, incapace di pensiero o di
riflessione: si doveva obbedire ai suoi comandi senza possibilità di capire il
motivo di quell’obbedienza, un po’ come fanno certi bambini cresciuti in
altezza con i loro compagni di più piccola statura; essi s’impongono con
violenza cieca, decretando cose inspiegabili per un adulto, soltanto per il
gusto di dominare e imporre la paura.
Si sa che un individuo, tolti i fronzoli con cui
abbellisce l’azione, esprime una sola idea in tutta la vita, quella e non
un’altra, su cui batte ripetutamente la fronte finché non la riconosce, cosa
che non accade spesso; ma ciò che costui voleva esprimere con tutto il suo
corpo mancato non era facile da capire: pareva bloccato a un livello molto
basso di sviluppo e conoscenza, un livello fatto di azione, reazione e
violenza. Tutto il suo intento stava nell’essere rispettato, e di sfuggita si è
notato come ciò fosse impossibile naturalmente, e nell’imporre all’altro la sua
visione delle cose, una visione del tutto inesistente proprio perché composta
di dispetto, di assurda obbedienza, di forzature, di punizioni ridicole. Voleva
che nessuno gli si rivolgesse senza permesso, e quando qualcuno non rispettava
questa regola subito si scatenava la violenza, infantile e senza insegnamento.
A suo dire, quella volta gli avevo mancato di rispetto
esprimendo certe idee o opinioni, non ricordo più nemmeno quali fossero tanto
erano sciocche, poco importanti e soprattutto evidenti. Lui apparentemente non
se la prese, ma quando per caso gli ricapitai davanti volle farmela pagare, a
suo modo s’intende, manifestando tutta la crudeltà del veterano. Dopo una prima
scarica di ingiurie, mi si avvicinò fino a toccare le mie labbra con le sue,
imponendomi di ripetere le frasi che diceva, parole senza senso, suoni privi di
significato. Forse voleva dimostrare alle ragazze di cui amava circondarsi (e
ricordo che il suo aspetto non era di quelli che attraesse le donne) di essere
il più forte o il più furbo, cosa che da quella umiliazione non era di certo
evidente. Per un po’ lo assecondai, sperando che finisse presto, poi la noia
prevalse sul disgusto, e allora smisi. La sua reazione, chiaramente, non fu che
verbale: che cosa poteva fare con un corpo così difettoso? Quella canottiera che
gli copriva le piaghe del corpo esibiva quelle dell’anima. La carne cascante,
la faccia scheletrica, la voce aspra e acuta – tutto contribuiva a dare di lui
una immagine terribile. Ma il terrore scompariva di fronte a quello che nel
frattempo avevo imparato. Perché continuare a farfugliare in quell’assurda
postura quando un intero mondo attendeva fuori da quella stanza? Il pensiero
della realtà, muso a muso con quell’idiota, si faceva sempre più intollerabile,
come una promessa già mantenuta.
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