mercoledì 29 dicembre 2021

Hegel

Ci sono tre tipi di animali: quelli che dimorano nei giardinetti, quelli che sono illustrati da funzioni matematiche e quelli che sono assassini. Paiono tre specie diverse, ma nel corso della narrazione vedremo che in verità appartengono tutti a una razza unica, le cui variazioni apparenti son dovute al modo in cui di volta in volta li consideriamo, sotto quale rispetto li osserviamo.
Del primo, nei giardinetti si possono osservare con calma: sono strani esseri metà uccello e metà scatola trasparente, quasi come se fossero la teca in cui si mostrano. Pellicani, cani, camaleonti: avvicinandosi a questi guidati dalla curiosità, si deve fare attenzione a non accorciare troppo le distanze. In quel caso, si attiverebbero i meccanismi di difesa dell’animale, ognuno di quelli disponendo della propria arma particolare. Per il camaleonte, che com’è noto è ghiotto di dispositivi elettronici, egli si apposta al di sopra del pellicano-scatola, tra gli arbusti dove l’uccello dimora dondolandosi incessantemente. È certo che la stranezza di quel momento non mancherà di attrarre i curiosi: Com’è bizzarro, un animale cubico e trasparente!, dice il visitatore incauto, mentre si avvicina per meglio gustare i dettagli di questa stranezza, dettagli che si rinnovano ad ogni passo.
Vedendo che nulla si muove, e che l’uccello pare intento a becchettare gli strani frutti dell’albero, uno si avvicina sperando di riempire tutta l’inquadratura. Ma nulla è morto, non è dormiente, è proprio vivo e c’è un agguato in corso. Quando è vicino a sufficienza, ecco la lingua del camaleonte che si slancia con forza, aggrappandosi alla macchinetta fotografica, allo smartphone, ai capelli, alla faccia, uno sfacelo! Battere in ritirata a quel punto è un desiderio troppo tardi espresso: non serve più a nulla. L’animale, eccitato dalla propria forza, si scaglierà con sempre maggiore veemenza contro il bersaglio capitatogli a tiro, e quando la terribile lingua retrattile non avrà più la forza necessaria a trarre a sé la preda, sarà il corpo stesso del camaleonte, facendo leva sull’ancoraggio sicuro della lingua, a scagliarsi tutto intero per divorare la preda, essendo questa la testa della visitatrice. Solo un vetro, come nei reptilarium, o una grata abbastanza fitta, può proteggere da questi attacchi. Ma così, la curiosità, non potendo avvicinarsi all’oggetto dell’osservazione, non è soddisfatta: lo zampino rimane, ma la frustrazione è molta.
Nel secondo tipo di animale ne parla il glorioso matematico B., inglese di bella fatta. Un suo libro, che dovrebbe essere presto pubblicato, esplora certe caratteristiche di alcune funzioni matematiche, molto simili a quelle sviluppate da Mandelbrot negli oggetti frattali: B. descrive il carattere visuale, non si sa trovare termine più calzante, di quei numeri. Tracciando con un apposito programma di computer grafica le curve, le derivate, le equivalenze, egli descrive un paesaggio entro cui si svolgono cortei di animali, principalmente cavallucci marini, molluschi, piccoli crostacei, semi di carte da gioco, formando disegni di carovane, straordinariamente belli. In questi disegni si nota una simmetria persistente, quasi una scansione ritmica e regolare dello spazio algebrico, descritta dalle figure animali che, in un punto e un solo punto, è disturbata da un elemento all’apparenza estraneo, quello cioè che dà il titolo al quadro. Di questi quadri, che sono gli stampati dei tracciati elaborati dal programma di grafica, ne ha fatto opere d’arte, raccogliendole in un libro illustrato, di grande valore. Ogni tavola occupa una pagina, come negli atlanti incorniciata dalle coordinate, e ha un titolo in cui riecheggiano nomi storici, classici, come Bird, Bondone, Bacon, Boeuf, e questi nomi rappresentano l’estraneo presente in ogni quadro.
-Will you publish it?-, gli chiediamo ansiosi. Ma egli non risponde, e riprende con sé il libro. Sa che se il mondo conoscesse questi suoi lavori matematici ne sarebbe sconvolto: come si riuscirebbe a guardare ancora alle cose dopo aver visto quello? L’ordine della realtà, che con fatica abbiamo costruito nei secoli con la filosofia e la religione, verrebbe alterato a tal punto che la conoscenza della verità si trasformerebbe immediatamente in desiderio di morte.
A suffragio di questa sua tesi, che a noi pare soltanto una opinione, ci narra di quella volta in cui mostrò questi risultati a un suo collega, amico di lunga data. Accadde qualcosa di così terribile che dovettero chiamare la forza pubblica per contenere il danno e non far trapelare nulla. Le indagini furono condotte in gran segreto, e con discrezione i risultati dell’inchiesta vennero tacitati, così come ogni discorso riferentesi al fatto anche solo alla lontana. Di questo, B. ci racconta trepidante. Rimane solo, nel suo racconto, l’immagine di quella piccola guardia all’uscio, che faceva passare solo i chiamati dal commissario (il celebre J., e dicendolo non ci meravigliamo più di tanto). Costui era un uomo ancora giovane, quasi un ragazzino se non fosse stato per l’altezza; aveva una faccia donnesca, glabra ad eccezione di un paio di mustacchi nerissimi e folti. Fu lui ad aprirci l’uscio quando ce ne andammo, licenziati dagli investigatori. Non servivamo più, e da quel fatto ne uscimmo così definitivamente che non sapemmo più nulla degli animali assassini.

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