Che fare se un numero telefonico urge nelle dita,
spingendosi fino ai polpastrelli, e ciò mentre l’aereo si cui si è a bordo sta
cadendo? Lasciare che le dita si abbandonino a quel gesto, compilando cifra
dopo cifra quel numero chissà come ritornato in mente dopo tanto tempo, forse
un atto di volontà in un momento in cui le forze stanno abbandonando il corpo
insieme alle speranze, forse un riflesso condizionato, una memoria corporale.
L’aereo sta precipitando, indubitabilmente, se si osserva bene il paesaggio al
di là dal finestrino. Raggiunta la cabina di pilotaggio, si afferra la cornetta
del telefono di bordo, e già ci si abbandona con piacere a quel riflesso
ritrovato, curiosi di quello che ci restituirà di lì a un attimo, il tempo che una
voce risponda…
Non dire alla voce, per prima cosa, che ci si è
abbandonati alla disperazione e al ricordo, né della caduta e della memoria
ritrovata sulla punta delle dita, ma parlare come se l’atto fosse stato
cosciente e voluto. E la voce al di là del filo è così familiare che si stenta
a darle un nome. Ella riconosce chi parla, mentre al di qua si arranca in cerca
di una definizione: chi sarà costui che parla come a un vecchio amico lasciato
appena il giorno prima? Rifacendo il numero a memoria, immaginandosi i
movimenti, non si scoprono indizi.
È chiaro che quella voce sa tutto, e lo dice, anche,
ma, forse credendo che tutto sia noto anche qui, non si dà la briga di svelare,
proseguendo sulla stessa riga con tono un po’ canzonatorio un po’ amichevole: non
c’è modo di avere una conferma, nonostante gli sforzi di dirigere discretamente
e con piccoli tocchi la conversazione verso una confessione o una
dichiarazione: il tempo manca. Però, il suono di quella voce è un conforto
dell’anima, mentre la fine s’avvicina rapidamente agli oblò: qualcosa è andato
perso, peccato averlo ritrovato solo ora. L’abbandono delle cose è penoso, ma
si saluta con più gioia il loro ritorno, se mai ciò avverrà; nel frattempo, la
dimenticanza è la medicina più efficace.
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